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Utente: mirko1004
Nome: Mirko Pace
Studio Filosofia e Scienze Etiche all'Università di Palermo. Dal corso di laurea è evidente il mio φιλοσοφια. Mi interessa tantissimo scoprire-capire-sapere come-perché-cosa pensano le persone e come-perché funzionano le "cose" nel mondo. Mi indignano tantissimo le disparità e i soprusi, questa propensione mi ha fatto avvicinare tantissimo alla politica, che strettamente collegata con le tematiche-problematiche della cittadinanza è uno dei miei pensieri fissi.
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venerdì, 11 settembre 2009

Universale ospitalità

TERZO ARTICOLO DEFINITIVO PER LA PACE PERPETUA: "IL DIRITTO COSMOPOLITICO DEV'ESSERE LIMITATO ALLE CONDIZIONI DI UNA UNIVERSALE OSPITALITÀ"

 

Qui, come negli articoli precedenti, non si tratta di filantropia, ma di diritto, e quindi ospitalità significa il diritto di uno straniero che arriva sul territorio di un altro Stato di non essere da questo trattato ostilmente. Può essere allontanato, se ciò può farsi senza suo danno, ma, fino a che dal canto suo si comporta pacificamente, non si deve agire ostilmente contro di lui. Non si tratta di un diritto di ospitalità, cui si può fare appello […], ma di un diritto di visita, spettante a tutti gli uomini, cioè di entrare a far parte della società in virtù del diritto comune del possesso della superficie della terra, sulla quale, essendo sferica, gli uomini non possono disperdersi isolandosi all'infinito, ma devono da ultimo rassegnarsi a incontrarsi e a coesistere. Nessuno in origine ha maggiore diritto di un altro ad una porzione determinata della terra.

Se si paragona con questo la condotta inospitale degli Stati civili, soptrattuto degli Stati commerciali del nostro continente, si rimane inorriditi a vedere l'ingiustizia che essi commettono nel visitare terre e popoli stranieri (il che per essi significa conquistarli).

 

Immanuel Kant, Per la pace perpetua (Zum ewigen Frieden), 1795

martedì, 08 settembre 2009

Sulla Guerra

Ora, la costituzione repubblicana, […], presenta anche la prospettiva del fine desiderato, cioè della pace perpetua, e per il seguente motivo: se (come in questa costituzione non può non accadere) è richiesto l'assenso dei cittadini per decidere se la guerra debba o non debba essere fatta, nulla di più naturale pensare che, dovendo far ricadere sopra di sé tutte le calamità della guerra (cioè combattere personalmente, pagarne del proprio le spese, riparare a forza di stenti le rovine che la guerra lascia dietro di sé e da ultimo, per colmo dei mali, assumersi ancora un carico di debiti, che per sempre nuove guerre renderà dura la pace stessa e non potrà mai estinguersi), essi rifletteranno a lungo prima di iniziare un così cattivo gioco.

In una costituzione invece, in cui il suddito non è cittadino e che pertanto non è repubblicana, la guerra diventa la cosa più facile del mondo, perché il sovrano non è membro dello Stato, ma ne è il proprietario, e nulla ha da rimettere a causa della guerra dei suoi banchetti, delle sue cacce, delle sue case di diporto, delle sue feste di Corte ecc., e può quindi dichiarare la guerra come una specie di partita di piacere, per cause insignificanti, lasciando, per salvare le apparenze, al corpo diplomatico, pronto a ciò in ogni tempo, il compito di giustificarla.

 

Immanuel Kant, Per la pace perpetua (Zum ewigen Frieden), 1795

http://www.youtube.com/watch?v=aSKxXu05aOE

mercoledì, 02 settembre 2009

Libertà e paternalismo

1) La libertà dell'individuo in quanto uomo. Io esprimo il suo principio per la costituzione di un corpo comune nella formula seguente:

"Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo (come cioè egli si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo, in guisa che la sua libertà possa coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale (cioè non leda questo diritto degli altri)".

Un governo fondato sul principio della benevolenza verso il popolo, come il governo di un padre verso i figli, cioè un governo paternalistico (imperium paternale) in cui i sudditi, come figli minorenni che non possono distinguere ciò che è loro utile o dannoso, sono costretti a comportarsi solo passivamente, per aspettare che il capo dello Stato giudichi in qual modo essi devono essere felici, e ad attendere solo dalla sua bontà che egli lo voglia, è il peggior dispotismo che si possa immaginare (reggimento che toglie ogni libertà ai sudditi, i quali non hanno quindi alcun diritto).

 

Immanuel Kant, Sopra il detto comune: "questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica" (Über den Gemeinspruch: Das mag in der Theorie richtig sein, taugt aber night für die Praxis), 1793

mercoledì, 12 agosto 2009

Pensieri sulla tolleranza

spinozaChi vuole tutto disciplinare per mezzo delle leggi, rincrudirà i vizi più che correggerli; e va, perciò, necessariamente concesso tutto ciò che non può essere impedito, ancorché da questa concessione segua spesso un danno.

Baruch Spinoza, Trattato teologico-politico, cap. XX, La Nuova Italia



lockeMa perché non possano alcuni mascherare il loro spirito di persecuzione e la loro crudeltà, per nulla cristiana, con una falsa sollecitudine del pubblico bene e del rispetto delle leggi, ed altri cercare nel nome della religione pretesto alla loro vita licenziosa e impunità per i loro delitti - in breve, perché nessuno possa ingannare sé o gli altri con ostentazione di lealtà e d'obbedienza al sovrano, o di sincera adorazione verso il Signore - io ritengo sia soprattutto necessario distinguere la competenza dell'autorità civile da quella religiosa, e fissare il giusto limite fra stato e chiesa.

John Locke, Lettera sulla tolleranza, La Nuova Italia

Un agire comune nel nome del Vangelo

La filosofia deve [...] tener fermo, sobriamente, che Dio non esiste e che è falso che vi sia un'anima immortale. Senza questo tener-fermo diventa teologia, comunque declinata. Solo il finito (tenuto-fermo) è la misura del finito. L'esistenza finita è la misura di tutte le cose poiché è il luogo ineludibile di ogni possibile discorrere, di ogni possibile domandare, di ogni possibile pensare. La ragione non solo non può dimostrare l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, ma può dimostrare che non. Perché la realtà più importante dovrebbe essere la più occulta? La infinite antinomie cui mette capo non sono già una smentita? Antropologia, storia e psicoanalisi non hanno delucidato in ogni piega radici e logica dei fenomeni religiosi? E la scienza non ci squaderna l'essere, le sue leggi e la sua storia senza bisogno di nessuna "ipotesi Dio"? La sofferenza (almeno dell'innocente) non è la prova capitale dell'impossibilità di un Dio buono?
Anche chi ritiene tutto ciò aproblematico fino all'ovvietà potrebbe però chiedere ragione di tanto "accanimento" ateo (e quanto mai "vetero") nel ribadire la falsità dei dogmi religiosi. E considerarlo addirittura sospetto: l'altra faccia di uno stesso (e insopprimibile) bisogno di fede, o addirittura il sintomo (in senso freudiano, per ironia e sovrammercato) di un disagio irrisolto dell'anima. Nulla di così interessante, in realtà. Più semplicemente, questa insistenza nasce da due motivi: che la filosofia è impegno critico per la verità, e se la trova non può fare a meno di pronunciarla: la preoccupazione di David Hume in punto di morte era che l'amico Adam Smith non desse alle stampe i Dialoghi sulla religione naturale. Insomma: la filosofia non può avere timore, né di Dio né del finito (il primo timore, sappiamo, occulta in genere il secondo).
Più importante ancora l'altro motivo. Solo a partire da una fede che riconosca l'ateismo della ragione, e che si proclami e pratichi perciò "quia absurdum" - follia per la ragione - è davvero possibile (oltre il dialogo e altre diplomazie) un agire comune fra uomo di fede e uomo del disincanto, e anzi un comune agire evangelico. Fino a che la religione pretenderà di essere (anche) verità di ragione, infatti (magari rimuovendo il confronto con la tradizione scettica e atea e privilegiando quello con le filosofie ermeneutiche), sarà ineludibile la sua tentazione di dettare legge al secolo. Per proporre i valori del Vangelo al secolo (e non imporli, che sarebbe ingiuria al Vangelo), l'uomo di fede deve abiurare la razionalità e verità (di ragione) della fede stessa.
I valori del Vangelo ("ama il prossimo tuo come te stesso", "il tuo dire sia sì sì, no no") sono il terreno autentico per un impegno comune - credenti e non-credenti - nella serietà dell'esistenza. Perché per l'uomo del disincanto e del finito -  questo è l'ateo - conta innanzitutto la scelta etica. E chi la condivide. La scelta. a prescindere dalla motivazione (a meno che la motivazione non annulli la scelta per feed-back, inquinandone la coerenza). Il disincanto non ha una sua morale, infatti. Solo una meta-morale che ci dice come ogni morale sia in definitiva infondabile, metta ineludibilmente capo a una scelta di valore prima che è decisione pura. Il disincanto ci intima solo di scegliere (e di essere coerenti, se la coeranza fa parte del nucleo di valori scelto): se per il tu e la solidarietà, cìoè per l'individuo irripetibile eguale in dignità, o se per l'ipertrofia dell'io e l'opprimere del privilegio, dunque per l'individuo replicante nel successo. Il disincanto non può compiere la scelta (si muterebbe in surragato della "legge naturale" e costituirebbe con ciò re-incanto), ma la addossa a ciascuno. Sotto questo profilo anche la scelta a partire dal disincanto (anziché dalla fede), non essendo vincolata dalla ragione ma proprio da essa gettata nella decisione, può essere intesa come "follia". Decisione, comunque, come decisione è la follia della fede. E se l'individuo del disincanto si decide per il primato del tu, per il "solitaire, solidaire", l'incontro con il cristiano in un agire comune dovrebbe venire da sé. Fin qunado cristiano vuol dire Vangelo, dunque follia per la ragione, e non Chiesa, dunque arroganza (o insopprimibile tentazione) di verità-potere.
Questo agire insieme -  credenti e non-credenti - per l'eguale dignità e la giustizia, implica dunque per il cristiano di oggi la lacerazione tra fede e Chiesa, tra obbedienza al Vangelo e obbedienza alla gerarchia. Ma per l'ateo esige qualcosa di assai più difficile da affrontare: il circolo vizioso per cui praticare la solidarietà effettiva e il primato del tu implica un dovere di sacrificarsi (perché l'eguale dignità non resti retorica) che riesce in genere solo se si ha fede in un Altro (inteso proprio come Dio padre). La pietra d'inciampo per il cristiano è la tentazione di dettare legge (in nome di una presunta "legge naturale" che coincide sempre, guarda caso, con la parola ex cathedra). La pietra d'inciampo per l'ateo è l'incapacità della carità.
Poiché di questo si può parlare, di questo non si deve tacere.



Paolo Flores d'Arcais, Ateismo e verità, in Joseph Ratzinger e P. Flores d'Arcais, Dio esiste?, il fondaco di MicroMega, supplemento al n. 2/2005 di MicroMega, pagg. 109-111
martedì, 11 agosto 2009

Il segreto del peccato originale

Le insanabili antinomie della teodicea nascondono - e raccontano - la nostra sovranità assoluta sulla norma, e il terrore che ci ispira il poterlo (ri)conoscere. La norma, il dover-essere (il Sollen), non esiste in natura. Nasce con l'uomo, che ha creato nella sua storia infinite norme, fra loro contraddittorie e incompatibili. [...] Possiamo perciò decidere di dichiarare una norma incivile (a partire da un criterio anch'esso normativo, scelto dall'uomo, qui e ora), non già innaturale, una volta che un qualsiasi gruppo sociale nella storia di quell'ente di natura che è l'Homo sapiens ne abbia fatta la propria norma. L'espressione "natura umana", altrimenti, escluderebbe tutti gli esseri umani (quegli enti di natura, le "scimmie nude", venuti al mondo per evoluzione, che tutti noi siamo) tranne coloro che condividono le nostre norme.
L'uomo è dunque il creatore e signore della norma. Ma trova intollerabile il peso di questa responsabilità abissale. Riconoscersi padrone e signore della norma vuol dire, infatti, sapere il cosmo come vuoto di senso, e il proprio esser-ci come tentativo - necessità e rischio sempre sul baratro dello scacco - di dare senso a ciò che per natura non lo ha mai già (l'esistenza, semplice evento nella storia insensata dell'universo). Questo individualmente. Ma la norma, che l'uomo crea, è innanzi tutto lo strumento che organizza la coerenza sociale, poiché gli istinti nella "scimmia nuda" non sono più cogenti ma aperti, altamente plastici, e non discriminano tra comportamenti-sì e comportamenti-no. Ora, lo spartiacque - vincolante ed efficace - tra comportamenti-sì e comportamenti-no è essenziale perché vi sia azione di gruppo, con-vivenza (e sopravvivenza). Al gruppo, che sostituisce il branco, è necessaria la norma come surrogato vincolante degli istinti non più cogenti. Ma perché il gruppo sia, tale norma deve essere incontestabile, non può essere "di qualcuno" in contrapposizione a "qualcun altro", poiché la coesione del gruppo sarebbe minata in radice dal confliggere delle volontà. In origine la norma, perciò, non può essere pronunciatada nessuno, ma attribuita all'Origine, al Sacro, a Dio, e da tutti ripetuta come Immutabile.
E dunque: né individualmente né socialmente possiamo sopportare di essere cià che siamo, creatori e signori della norma. Dobbiamo immaginare che la norma ci venga dall'Altro (dall'Alto, dal Prima), e che l'unica nostra responsabilità consista nel non violarla. Responsabilità limitata, tollerabile, maneggiabile. Il male nasce dalla violazione (dalla Disobbedienza originaria!), ogni male è anzi prova di una colpa, sacrifici riti e punizioni possono espiarla e "liberarci" dal male.
Così, nascondendoci di essere i creatori - ex nihilo - della norme (cioè del bene e del male, benché non della sofferenza, che è anche della scimmia senza aggettivi e dell'animale in genere), non solo eludiamo l'angoscia intollerabile di un universo privo di senso, ma possiamo dare senso addirittura alla sofferenza, a ciò che "istintivamente" suona in-sensato: il male, ora compreso come punizione per una violazione. Del tutto trasparente e niente affatto imperscrutabile, perciò. Enigmatico, il rapporto fra male e giustizia, diviene solo in seguito, quando il sacro cessa di impregnare ogni fibra della realtà e dell'esistenza, e diventa religione e Dio (tanto più se Dio uno e padre). Quando cioè il dubbio e la domanda sul senso e sulla norma (sul potere e sull'essere) ha rotto gli ormeggi del sacro onnipervasivo delle società che precedono lo Stato. Anche allora e finché possibile - tuttavia e perciò - l'uomo continuerà a considerare il male come "giusta" punizione della disobbedienza (e alla fine, colpa originaria per disobbedienza originaria), a dispetto di ogni antinomia che il dispiegarsi dell'interrogare porti alla luce. La teoria del peccato originale - interpretazione della storia dell'Eden molte generazioni dopo Gesù - deve paralizzare proprio questo interrogare. Immunizzare rispetto ad esso.
Ma la colpa originaria è disobbedienza a una norma vuota di contenuto, che chiede solo obbedienza (al creatore della norma). La colpa originaria è dunque solo il rifiuto di permanere in quella norma che è Dio stesso, la sua volontà priva di contenuto, pura, che chiede obbedienza. La colpa originaria è dunque l'oscura consapevolezza del nostro creare la norma (conoscerete il bene e il male e sarete come Dio). Meglio, lo strumento con cui impedire che quel nostro fare venga a consapevolezza. Per evitare di ri-conoscerlo per quello che è - il nostro creare la norma - decidiamo di conoscerlo per quello che non è e che non ammette ulteriori indagini: Colpa. Dunque, la storia della colpa come disobbedienza senza contenuto (disobbedienza alla richiesta di Dio di non disobbedirlo) ci dice che Dio è il nome della norma la cui creazione (da parte nostra) fa tutt'uno col nostro venire al mondo, e che non sopportiamo di riconoscere come nostra. La inabissiamo nell'imperscrutabile, perciò: anziché come la nostra essenza ineludibile (l'uomo è l'animale normativo), come la nostra colpa inespiabile.
La norma, che creiamo ma vogliamo tenere a distanza come ricevuta, è in realtà il segreto della differenza ontologica (altrimenti "ammettiamolo tranquillamente: è oscura", M. Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica, Il melangolo, Genova 1992, p. 456), la verità dello scarto tra l'ente e l'essere dell'ente che viene in essere solo con l'uomo. Questo scarto altro non è che il dover essere. Non dunqueil fuorviante "essere dell'ente". che duplica l'ente o lo rende inafferrabile nel numinoso dell'attesa, ma il "dover-essere dell'ente" con cui l'uomo introduce azzardo di senso (progetto) nell'essere altrimenti muto di senso del cosmo. All'origine di questo "accadimento fondamentale" (ivi, p. 462), però - e che tale davvero è - nessun enigma heideggeriano: errori successivi nella duplicazione del Dna di una scimmia, forse ripetuti più volte senza esiti "fatali", hanno infine dato vita alla sopravvivenza di un cervello anomalo, in grado di esser-ci e di domandar-si, gettato nella necessità di scegliere la norma anziché seguire l'istinto, di "progettare in quanto disvelare il rendere-possibile" (ivi, p. 466). Di "costruire mondo" anziché "essere nel cosmo". Ma di tutto ciò nulla mai si sarebbe detto, se una variazione trionfante di Dna non avesse fatto nascere la norma e la domanda.


Paolo Flores d'Arcais, Ateismo e verità, in Joseph Ratzinger e P. Flores d'Arcais, Dio esiste? , il fondaco di MicroMega, supplemento al n. 2/2005, pagg. 92-95
domenica, 13 luglio 2008

La velocità valore in sé

Siamo entrati in una fase politica dominata dall'urgenza, qualche volta reale ma assai più spesso inventata e suscitata artificialmente. L'urgenza diventa emergenza, l'emergenza diventa eccezionalità. Il governo opera come se ci trovassimo in condizioni di stato d'assedio o in presenza di enormi calamità naturali; i decreti si susseguono; i testi dei provvedimenti finanziari sono approvati in nove minuti senza che nessuno dei componenti del governo ne abbia preso visione; la velocità diventa un valore in sé indipendentemente dal merito; la schedatura dei "rom" e dei loro bambini deve essere eseguita a passo di carica; tremila militari debbono affiancare trecentomila poliziotti e carabinieri per dare ai cittadini la sensazione di una minaccia incombente ed enorme e al tempo stesso la rassicurazione dell'intervento dell'Esercito per dominarla.

E. Scalfari, Un disegno perverso e autoritario, La Repubblica, 13 luglio 2008

"La velocità diventa un valore in sé indipendentemente dal merito"
Mi ricorda qualcosa:

02_Giacomo_Balla_-_Velocità_d4-Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità

5-Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita


F. T. Marinetti, Manifesto del futurismo, Le Figarò, 20 febbraio 1909

Ci sono svariate affinità tra il delirio futurista, ultimo frutto avvelenato di una scellerata interpretazione del positivismo (peraltro fuori tempo massimo, la crisi delle scienze era già cominciata...) e l'ideologia sottesa all'operato di questo governo. Forse "sottesa" non è l'attributo giusto, visto che l'unica idea-base di tutti i governi Berlusconi è sempre stata: "facciamo tutto quel che si può fare, e anche quello che non si può, non importa, pur di bloccare possibilmente tutti i processi del gran capo". Questo è il vero sostrato della politica del centro-destra dal 1993. E certamente non dico nulla di nuovo. Poi ci sono le "sovrastrutture" ovvero quello che questo governo comunica. E gli ultimi punti del Manifesto di Marinetti mi sembrano migliori di ogni mio impacciato discorso per rappresentarle:

9-Noi vogliamo glorificare la guerra-sola igene del mondo-il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore

10-Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria

11-Noi canteremo  le locomotive dall'ampio petto,  il volo scivolante degli areoplani. E' dall'Italia che lanciamo questo manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il Futurismo

F. T. Marinetti, Manifesto del futurismo, op. cit.
lunedì, 25 febbraio 2008

Yβρις kantiana

Silhouette_of_Immanuel_KantHegel_portrait_by_Schlesinger_1831Alla luce dell'Hegel di "per imparare a nuotare devi buttarti in acqua", Kant è tracotante. È grande ὕβρις infatti pretendere di porre le regole del piano dell'incondizionato. Eppure possiamo comprenderlo. Anzi lo giustifico proprio. Pensateci, Kant, innamorato perso della Metafisica, la vede in uno stato pietoso: si atteggia a scienza, ma non ha nulla di scientifico, un campo di battaglia e basta. Per lui questo è inaccettabile.  Sembra quasi ridicolo che, mentre ogni altra scienza progredisce incessantemente, ci si aggiri sempre sullo stesso punto, senza andare avanti di un passo [...] in questa [la metafisica], dove ognuno, per quanto ignorante in tutte le altre cose, si arroga di pronunziare un giudizio definitivo, giacché in questo campo, infatti, non v'è ancora misura né peso sicuro per distinguere la profondità dalla chiacchierata superficiale. (1) Egli, uno scienziato, non resiste all'idea che la sua amante possa morire sotto i colpi della scure scettica di Hume. Bastano altri due o tre colpi ben assestati e il rigoglioso albero, che da venticinque secoli e più si erge imperioso, bellissimo fuori, ma marcio dentro, crollerà definitivamente, mostrandosi per quello che è: un tronco cavo, infestato dai vermi. Decide quindi di intervenire: salva l'albero, e lo colloca in un oasi protetta, dai limiti ben definiti. Come condannare un innamorato per il suo atto d'amore?

(1) I.Kant, Prolegomeni ad ogni futura metafisica, ed.Economica Laterza, pag.5

Circonvenzione di incapace?

El_sueño_de_la_razón_produce_monstruosVi immaginate se ogni cinquanta persone, ce ne fosse una che dica loro entro quali limiti agire, dispensi "buoni" consigli sul da farsi e addirittura dica entro quali limiti pensare? E che questi cinquanta obbediscano pari pari agli "indirizzi" del proprio santone?
Probabilmente accuseremmo il leader di circonvenzione di incapace; altrimenti staremmo preoccupati all'idea di vere e proprie "squadrette" capitanate da leader senza scrupolo.
Penso che lo stesso discorso valga anche accrescendo la cifra. E vi invito a dirmi se ci sono limiti per questa cifra, a indicare il limite superiore e quello inferiore, e a comunicarmi se in questo limite rientra il miliardo di fedeli controllati da un papa; o le migliaia che sottostanno ad un imam e applicano le sua fatwa.
sabato, 23 febbraio 2008

RU486

ru486Come cattolici democratici, ammettendo che l'aborto sia legale, perché non volete mettere in discussione la 194, vero?

Si tratta di applicarla in tutte le sue parti, nessuno la vuole abrogare, ma bisogna "farle il tagliando".

Ecco assodato questo, dicevo, ammesso che l'aborto sia legale, perché siete contro l'utilizzo della Ru486?

Perché non si può vietare l'aborto, si tornerebbe ai ferri da calza, ma che almeno soffra la puttana, puah!

news: repubblica.it
Cilice