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confronto, informazione, politica, socialità, cultura

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Utente: mirko1004
Nome: Mirko Pace
Studio Filosofia e Scienze Etiche all'Università di Palermo. Dal corso di laurea è evidente il mio φιλοσοφια. Mi interessa tantissimo scoprire-capire-sapere come-perché-cosa pensano le persone e come-perché funzionano le "cose" nel mondo. Mi indignano tantissimo le disparità e i soprusi, questa propensione mi ha fatto avvicinare tantissimo alla politica, che strettamente collegata con le tematiche-problematiche della cittadinanza è uno dei miei pensieri fissi.
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lunedì, 30 luglio 2007

Astrologo o alchimista? Qual'è il tuo dio?

- Nobile sposo, - disse Russula, baciandogli rispettosamente la mano, - ho da annunciarvi una notizia importante e gioiosa: state per evere un erede!

- Bravissima, mia cara. Chissà che faccia faranno ora i miei generi. Ma... ditemi un po', gentile Russula, come fate a saperlo che sarà un erede?

- Me l’ha detto un astrologo.

- Che astrologo?

- Un astrologo che ho consultato. E perché possa sorvegliare le stelle all’ora del partorimento, l’ho sistemato nel castello. Naturalmente con la riserva d’esserne amabilmente autorizzata dal mio nobile sposo.

- Accidenti, - bofonchiò il Duca, - e io che ho portato a casa un alchimista! Comincia ad esserci un po’ di affollamento.

- La mia decisione non garberebbe al mio sposo? – domandò Russula, ad occhi bassi.

- Ma no, ma no! Crepi chi dirà: crepi l’astrologo! Buona questa, eh Empoigne? Non ho portato qui con me il succo più distillato della spiritosità della corte? Son qui che sprizzo spirito da ogni parte. Il Sire di Ciry non faccia troppo il furbo: gli abbasserò la spocchia bombardandolo di spiritosaggini. E il vescovo? Che sia introdotto il mio vescovo! Bisogna che gli si presenti il mio alchimista. Dov’è l’alchimista? Che sia introdotto il mio alchimista! E il mio erede! Già, il mio erede. Dov’è il mio erede?

Fa finta di cercare attorno a sé. Tamburella il ventre di Russula:

- È qua, il mio erede. Sta qua nascosto. Mica male come nascondiglio. Ah, Russula, che gran piacere mi dài! Anch’io voglio darti un gran piacere.

- Vi ascolto, nobile sposo.

- Mi farò fare una statua. Una statua equestre, giuraddio. Sarà eretta davanti all’olmo, in faccia al ponte levatoio. Messer Francavilla m’ha fatto il ritratto. È un famoso scultore, questo Messer Francavilla, che ha qualcosa a che vedere con la statua del buon Re Enrico Quarto al Ponte Nuovo…

- Mi dispiace di non averla vista, - sospirò Russula.

- Non aver paura, non scappa. Ti porterò a vederla per i prossimi Stati Generali. E non ci sarà molto da aspettare, perché la Regina Madre ha gran bisogno di quattrini e chiederà nuove tasse.

- Vi rendo grazia, mio nobile sposo, - disse Russula, con una riverenza.

- Stavo dicendo della statua. Io figurerò a cavallo, in sella a Sten, naturalmente, del quale pure Messer Francavilla ha fatto un ritratto assai fedele. Sten ne era soddisfatto; quando glie lo si mostrava, lui nitriva. A ritratto donato caval non guarda in bocca.

- Ah ah ah! – fece Empoigne.

- Avrà la sua statua anche lui, - disse a Russula il Duca indicando Mouscaillot. – Più piccola. Visto che c’ero. Mica per lui, - e l’indico di nuovo, - ma perché il bravo Stef non sia geloso.

- E a me, - disse Russula abbassando gli occhi, - non me la fate fare la statua?

- Ebbene sì, moglie. Ci ho pensato. Nella nostra cappella, avrete una tomba magnifica, ancor più bella che la mia Elodia buonanima. Vi si vedrà scolpita in pietra. Per me, io scelgo il bronzo.

Poiché Russula accennava a inchinarsi, il Duca disse:

- Inutile ringraziarmi. Quel che è giusto è giusto. Ah, ecco l’astrologo, mi pare. Accosta. Come ti chiami?

- Per servirla, signoria, Dupont.

- E leggi nelle stelle?

- Per servirla, signoria.

- E ci hai visto che avrò un erede?

- Per servirla, signoria.

Il Duca si rivolse a Russula:

- È un po’ un minchione, il vostro astrologo.

Riprese il dialogo con Dupont, in questi termini:

- Le hai guardate, le stelle, stanotte?

- Per servirla, signoria.

- E cosa t’hanno raccontato?

- Gloriam Dei, signoria, gloriam Dei.

- Tutto lì?

- Come, signoria? – esclamò l’astrologo con un bel movimento oratorio, - sua signoria non troverà mica che sia poco, la gloria di Dio?

- Per la gloriam Dei io ci ho già un vescovo che come competente della questione basta e avanza. Parlami piuttosto della tua specialità.

- Ho sentito la musica delle sfere.

- E che rumore facevano?

- Divino, signoria, Divino.

Il Duca, scoraggiato, si voltò verso Russula:

- È completamente idiota.

Tornò a posare la mano sul ventre della nobildonna e riprese la conversazione con l’astrologo.

- E di qua cosa deve uscire? Una vitellina o un erede?

- Un erede, signoria.

- Ne sei sicuro e certo?

- Gli astri non mentono.

- Però tu mica sei un astro. E gli uomini mentono sì, È diffusa, la menzogna, tanto diffusa che c’è scritta pure nei peccati del catechismo. Se Monsignor Biroton, vescovo in partibus di Sarcellopolis, fosse qui, te lo direbbe subito. È tu hai interesse a mentire. Hai trovato qui vitto e alloggio e te la godi a mie spese. Credevi d’esser cascato su un signorotto credulone come una donnicciola, - accennò a Russula, - e invece ti trovi di fronte un nobiluomo che passa sei mesi all’anno a Corte e alla Città Capitale, che prende la parola negli Stati Generali, e una volta che l’ha presa è difficile togliergliela, be’, insomma, Dupont, fuori dai piedi!

Russula si buttò in ginocchio supplicandolo:

- Nobile sposo, e io che ero cosí fiera d’avere un astrologo tal quale come la Regina Caterina. Pensavo al vostro prestigio… Al vostro status…

- Ma cara mia, - rispose il Duca prendendo un po’ la pazienza, - il fatto è che mi son portato dietro un alchimista dalla Città Capitale, anzi esattamente da Arcueil. Non ho intenzione di mantenere un reggimento di negromanti. Tra i due, preferisco l’alchimista. Quando m’avrà trovato la pietra filosofale…

- Fumisterie! – esclamò Dupont.

- Tu, - disse il duca, - non sei per niente un buon compagno. Sparlare dei colleghi è una cosa che non si fa. Non mi piaci mica.

Comparve Monsignor Biroton, seguito dall’abate Riphinte. Il Duca ricevette entrambi con grandi abbracci e spiegò subito la situazione al Vescovo, chiedendogli consiglio.

- Cacciateli tutt’e due, - disse Onesiforo.

- Subito esagerato! – esclamò il Duca. – Uno dei due lo voglio tenere.

- E io anche, - disse Russula.

Il prete era nei pasticci, si grattò la testa.

- Allora, - domandò il duca, - tu cosa ne dici? L’astrologo? L’alchimista?

- Tutta roba che puzza d’eresia, - disse Biroton.

L’astrologo si rivolse a lui.

- Io sono un buon cristiano, - disse. – Non m’avete confessato voi?

- Questo è vero, - disse il Vescovo.

Il duca era sempre più disgustato.

- Quanto può esser leccaculo, costui! Non mi piace per niente, è deciso.

- Che manchi di pietà non si può dire, - fece Onesiforo, - e dopo tutto, guardar le stelle non è che sia peccato.

- Io anzi lo trovo cosí poetico, - sussurrò Russula.

- E Ser Dupont si guarda bene dal professare la dottrina eretica, - aggiunse l’abate Riphinte, - del polacco Copenico. Questo è già un bel merito.

- Il diavolo fa le pentole ma non i Copernichi, - disse il Duca, distratto.

- Ah ah ah! – fece Empoigne.

- Il sole gira intorno alla terra, - declamò l’astrologo, - pretendere il contrario è malizia e follia.

- Quanto ne sa! – risussurò Russula. – Avrò un erede, non c’è dubbio.

- Cercano tutti di mettermi in mezzo, - mugugnò il Duca.

- L’alchimia è una ricerca oscura, - riprese Onesiforo che vedeva la partita vinta dalla Duchessa e dal suo indovino. – I fuochi dei crogiuoli evocano quelli dell’Inferno e il desiderio dell’oro merita la più severa condanna. Quanto all’elisir di lunga vita, mi ricorda che il demonio disse ai nostri progenitori: eritis sicut dei, consigliando loro di mangiare quella mela, di lunga vita anche quella, diceva…

- Hm… - disse l’abate Riphinte.

- … e quel che è successo in seguito lo sapete.

- Amen, - disse Dupont.

- Amen, - echeggiarono Russula, Empoigne e l’abate Riphinte.

Il Duca sta zitto, guarda storto l’astronomo, sta per perder la pazienza, ma non se ne fa ancora accorgere. Dupont, che crede l’affare fatto, si mette a perorare:

- O potenze celesti che reggete la fortune di questo mondo, io vi vedo apportare i vostri doni e le vostre benedizioni al sublime erede che sta per esser procreato dal colendissimo e illustrissimo Duca d’Auge…

- Come? – esclama il colendissimo e illustrissimo, - come hai detto? … sta per essere… Allora, donna, voi non siete punto incinta?

- Non lo son punto ancora, nobile mio sposo, ma voi provvederete alla bisogna.

E Russula abbassa gli occhi e arrossisce di modestia.

Il colendissimo e illustrissimo Duca d’Auge salta alla gola di Dupont. Comincia a strangolarlo con le proprie possenti mani. L’astrologo sembra voler espellere gli occhi dalle orbite e tira fuori la lingua palliduccia mentre Joachim gli notifica le sue rimostranze e lo informa del suo disprezzo per gli impostori.

Lo stringe con tutte le forze. Lo scuote sempre di piú. Russula si getta ai suoi piedi. Implora pietà. Onesiforo domanda all’abate Riphinte di portargli gli utensili per amministrare l’estrema unzione alla vittima.

Il Visconte d’Empoigne si mantiene con fermezza in una attitudine di prudenza estrema.

- Ah furfante! Ah furfante! – continua a ripetere il Duca mentre l’altro sta virando verso il viola.

- Grazia, nobile sposo! – reclama la Duchessa, - gli sia fatta grazia!

- Su, vediamo un po’, signor mio, - dice Onesiforo in tono di dolce rimprovero, - un po’ di moderazione; non avrò neanche il tempo di dargli i sacramenti.

Dupont è destinato a sopravvivere. Il Duca finisce per lasciarlo in vita. Lui cola per terra come formaggio fuso. Ci si affretta a spazzarlo via, mentre l’alchimista, entrato proprio allora, riverisce il padron di casa.

Il Duca manifesta la sua piena soddisfazione.

 

Tratto da: Raymond Queneau, I fiori blu, Einaudi, 2006, pagg. 136-142

venerdì, 27 luglio 2007

Furio Colombo alla segreteria del PD

Perché appoggiare la candidatura di Furio Colombo alla segreteria del Partito Democratico?
Vi dico perché io lo farò. Io non sono un elettore del partito democratico, il mio voto va molto molto più a sinistra (spesso non c'è nessuno dove vorrei votare io). Ma il partito democratico è un'occasione.
Un'occasione per una riforma strutturale della classe politica italiana, un'occasione per creare una nuova forma di aggregazione politica fondata sulla partecipazione, sulla rappresentanza, sulla fiducia, sulla condivisione di principo, cose che non si riscontrano nei partiti italiani oggi.
Il partito democratico sarà quasi certamente il partito più importante del centro-sinistra, e probabilmente di tutto il panorama politico. La questione della sua leadership non è poco interessante. Anche se di posizioni politiche diverse rispetto alle mie, il partito democratico governerà questo paese, quindi è nostro dovere partecipare (proprio noi che chiediamo sempre partecipazione, che gridiamo vergogna ai politici chiusi in casta) alla costruzione del partito democratico, nel limite delle nostre possibilità; e purtroppo questo limite è molto limitante: le regole prodotte dall'assemblea dei saggi per le candidature, tutto vogliono meno che la partecipazione: ma noi dobbiamo lottare, inserirci con forza all'interno del meccanismo, in modo che prenda strade diverse da quelle già segnate: fusione fredda dei due partiti (DS e margherita) con ruoli di segreteria divisi in parti pressocché uguali, manuale cencelli applicato alla costruzione di un partito.
In quest'ottica si inserisce la candidatura di Furio Colombo, personaggio indipendente, non certo un santo (mi sono trovato sometimes a non condividere alcune decisioni), ma il migliore tra i candidati, e non mi sento di considerarlo il migliore dei peggiori (terminologia usata spesso per indicare i politici che votiamo), ma secondo me è effettivamente uno dei migliori. Meglio di Veltroni, che è troppo morbido, sia nel programma sia negli atteggiamenti.
Dopo queste parole, posto il suo programma, leggetelo (è importante, anche se non vi convice in gerenale, non condividete quello che ho detto, leggetelo), giudicate, e se vi convince, firmate per la sua candidatura attraverso il sito furiocolombo.it, c'è tempo solo fino al 30 luglio (sempre per il terribile regolamento dei saggi). Cercate di diffondere il messaggio.



da l'Unità martedì 24 luglio 2007
1 - Dichiaro la mia candidatura a Segretario del Partito Democratico per contribuire, con la mia esperienza di vita, di professione e di impegni internazionali che mi hanno posto a contatto con altre tradizioni democratiche, a dare al nascente partito un nocciolo di idee che confermino e arricchiscano la natura e la radice democratica di questo partito. Cerco un legame con i cittadini in un periodo della storia in cui solitudine e paura, più ancora della "antipolitica", allontanano e separano gli elettori dalla partecipazione agli eventi politici.
2 - Affermo che il cuore del partito che intendo rappresentare è il lavoro, la dignità, il legame fondamentale che rappresenta con il vincolo di cittadinanza, con la Costituzione, con le leggi, con le altre persone.
Parlo del lavoro cercato dai giovani e che, quando c'è, il più delle volte è irrilevante per costruire un futuro. Parlo del lavoro di coloro che stanno vivendo la loro esperienza di mestiere e di professione in un'epoca che tende a screditare e penalizzare il lavoro retribuito, tende a dichiarare esose anche le più legittime richieste di chi contribuisce con il proprio lavoro allo sviluppo e alla crescita del Paese, tende a prestare attenzione solo a chi, bene o male, ha già accumulato ricchezza.
Come avviene negli Stati Uniti, che pure sono considerati la casa madre dello sviluppo capitalistico, il Partito democratico dovrà essere il partito del lavoro. E ciò non in senso sindacale, ma nel profondo senso culturale e civile della tradizione democratica. Questo non vorrà mai dire essere ciechi e sordi alle esigenze di tutta la comunità in tutte le sue espressioni. Ma vuol dire sapere che la vita democratica di un Paese si fonda sul lavoro, le condizioni del lavoro, le garanzie del lavoro e la certezza che non saranno mai negati né la dignità del prestare la propria opera, né la certezza dei diritti a cui le controparti si sono di volta in volta impegnate verso che lavora e lavora bene. Sarà chiaro a tutti che non si tratta di una affermazione di classe ma di una constatazione di buon senso. La tenuta, la rispettabilità, la crescita, lo sviluppo di un Paese si basano sulla partecipazione dei cittadini attraverso il lavoro.
Se si restringe il numero di coloro che lavorano e tarda a sopraggiungere il contributo delle nuove generazioni, il vero problema non è attuariale o statistico, ma è la diminuzione della partecipazione politica dei cittadini che vuol dire fine della politica. Il patto fra generazioni non si fonda sui numeri delle tabelle ma sul passaggio di esperienza e di responsabilità fra i più giovani e i più anziani. Il patto di solidarietà è intorno al lavoro, non agli sportelli degli uffici postali dove si pagano le pensioni.
3 - Affermo che non mi sembra sensato candidarsi per rappresentare una particolare fascia demografica di cittadini. Ciò finisce per prefigurare una sorta di confronto conflittuale: il tuo lavoro sbarra la strada al mio, la tua pensione toglie a me il pane di bocca.
Non è questo il fondamento che andiamo cercando per il nuovo Partito democratico. Ma se si insistesse sul dato generazionale, non avrei difficoltà a dire che a me tocca, allora, di candidarmi a nome di quegli italiani oltre i 70 anni, che non accettano di vedere screditato e svilito ciò che hanno fatto in decenni di lavoro perché sono diventati "vecchi".
Sono attualmente impegnato in Senato in cui molti non si imbarazzano a gridare insulti alla senatrice a vita Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la Medicina, e al presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro solo perché osano avere ed esprimere, alla loro età, e in una funzione (senatore a vita) che viene giudicata "un binario morto", la loro persuasione politica. Mi richiamo al nome e all'esempio di italiani come i due Senatori che ho nominato e di persone come Vittorio Foa o Pietro Ingrao per dire che ogni riferimento generazionale in questa candidatura è improprio e, sia pure involontariamente, offensivo.
4 - La scuola è un'altra grande ragione di questo impegno. Il nuovo Partito democratico dovrà dedicare alla scuola, dal primo contatto con i bambini che si affacciano alla vita sociale fino alla ricerca scientifica, la stessa attenzione, lo stesso rilievo, e lo stesso peso economico che un tempo si dedicava agli eserciti. Non può funzionare un Paese che non ponga la scuola, la formazione culturale e scientifica, la specializzazione al livello più alto della ricerca, al più alto livello di attenzione, di impegno di governo, di preparazione dei docenti e di fondi disponibili. Il Partito democratico di cui parliamo dovrà essere in grado di riconoscere che la funzione, il livello, la qualità e il compenso degli insegnanti devono essere preoccupazione centrale del governare e percorso principale verso il futuro.
Una scuola di alto livello e funzionante in tutti i suoi gradi, dalla prima scuola materna alla più avanzata ricerca scientifica è il vero patto fra generazioni. Per questo il Pd crede fermamente nella Scuola pubblica.
5 - Ospedali e struttura sanitaria costituiscono, con la scuola e il lavoro, i vincoli essenziali di cittadinanza. Quando il cittadino sa di poter contare su uno Stato presente e attivo nei momenti fondamentali della sua vita, dalla nascita dei bambini alla più pronta e bene organizzata prevenzione e cura delle malattie, al soccorso nelle emergenze, alla presenza assidua e competente nelle fasi finali della vita, allora il rapporto cittadino-Stato si apre alla fiducia, diventa leale e di reciproco sostegno.
Ognuno farà la sua parte per uno Stato che c'è nei momenti difficili.
6 - La legalità, la giustizia, in un Paese senza segreti e che riconosce pienamente l'indipendenza della Magistratura, è ciò che distingue l'Italia democratica dal periodo di illegalità costante e di irrisione alle leggi e ai giudici del governo di Berlusconi, ed è naturale bandiera del Pd.
In questo specifico senso la contrapposizione netta a tutto ciò che ha rappresentato il governo Berlusconi non è un residuo sentimento del passato ma è progetto del nuovo partito: legalità che non accetta zone oscure e segreti, legalità che non ammette scorciatoie rispetto alle regole che vincolano tutti i cittadini, legalità che significa non ammettere e non tollerare l'inquinamento grave dei conflitti di interesse, specialmente quando quei conflitti, come nel caso di Berlusconi, riguardano la proprietà ingente di mezzi di informazione. Una situazione in cui il presidente del Consiglio è nello stesso tempo e nella stessa persona, concessionario e concedente dei diritti sull'uso delle frequenze televisive, come è avvenuto per il presidente Berlusconi che ha concesso al proprietario Berlusconi le autorizzazioni necessarie per le sue reti televisive, non dovrà e - a causa di una efficace legge sul conflitto di interessi - non potrà più ripetersi.
Quando si ricordano i gravi problemi creati al Paese, e alla sua immagine e credibilità internazionale, dalle leggi ad personam, le leggi vergogna, (e in particolare la Legge Gasparri sulle Comunicazioni, misurata sugli interessi di Mediaset e ora respinta dalla Unione Europea) non si esprime uno stato d'animo rancoroso e personale come tendono a far credere coloro che sono, per una ragione o per l'altra, inclini a dimenticare. Si parla di leggi, di rispetto, di interessi dello Stato ma anche di immagine rispettabile del Paese.
7 - Il Pd alla cui Segreteria mi candido è laico nel rispetto del dolore di Welby, del diritto ad amarsi delle coppie di fatto, della protezione di diritti civili elementari e fondamentali come il Testamento biologico.
Mai, in nessuna circostanza, immagina avversioni o mancanza di attenzione per la sensibilità e la persuasione dei cittadini credenti che sono tanta parte della storia e della sua vita italiana. Ma intende chiedere, per chi è laico, la stessa attenzione e lo stesso rispetto. Il Partito democratico che vorrei guidare non è una macchina del potere in più ma un insieme solidale di cittadini che intendono unirsi per dare, non per chiedere, per contribuire, non per profittare, soprattutto per portare il capitale del proprio lavoro e del proprio talento, che è la vera ricchezza e la vera forza di un Paese quando le regole sono chiare e pulite.
Furio Colombo
mercoledì, 25 luglio 2007

Relativismo, Agnosticismo, Utilitarismo: Protagora

Protagora. Nato ad Abdera, città della Tracia, verso il 480 a.C. svolse la sua attività d'insegnamento itinerando per le città e soggiornando più volte ad Atene.
    [...] Protagora è sostenitore di una tesi famosa, [...]: «l'uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono». [...] [Qual'è il] significato del termine 'uomo'[?]. Quasi sicuramente Protagora non intendeva con esso il genere umano, ossia tutti gli uomini. Si tratta piuttosto in prima istanza dell'individuo singolo. In che senso questi è misura? In primo luogo ciascuno è misura di ciò che egli percepisce con i sensi, nel senso che ciò che appare ai suoi sensi, è vero per lui. [...] Non esiste pertanto una differenza in termini di vero e falso per quanto riguarda le percezioni: per ognuno sono vere le percezioni che egli ha delle cose. [...]
L'esperienza personale di ciascun individuo è più ampia delle singole sensazioni; essa non riguarda soltanto l'istante in cui avviene la singola percezione, bensì l'intera vita dell'individuo. In questo quadro si comprende meglio la portata dell'altra celebre affermazione di Protagora: «Riguardo agli dèi, non ho la possibilità di accertare né che sono, né che non sono, opponendosi a ciò molte cose: l'oscurità dell'argomento e la brevità della vita umana».
    [...] L'esperienza personale, d'altra parte, differenzia gli individui tra di loro, anche per le diverse situazioni ambientali, culturali e politiche nelle quali essi vivono. In questa prospettiva diventa centrale la collocazione dell'individuo nella città. La città è interpretata da Protagora come un complesso apparato educativo, che mira a garantire la conservazione della città stessa immune da conflitti mediante la trasmissione dei valori che ne sono alla base. [...] [Egli] al di sopra delle varie tecniche [...] colloca la tecnica politica, la quale è [...] prerogativa di tutti i membri di una comunità e consiste nella giustizia e nel rispetto reciproco, intesi come vincoli di solidarietà e di amicizia tra i membri della città. È appunto la tecnica politica così intesa, che la città provvede a trasmettere, prima con l'insegnamento, poi con le leggi, a tutti i suoi membri sin dall'infanzia.
    [...] Se per ciascuno è vero ciò che gli appare, come può il sofista presentarsi sapiente rispetto agli altri? [..] Il fatto che individui diversi abbiano esperienze personali diverse non implica che essi debbano necessariamente sempre divergere nelle loro opinioni su certe cose. [...] Egli [Protagora] ritiene [...] che sussistono spazi di accordo possibile tra gli individui, quando questi riguardano ciò che è utile e ciò che è dannoso. Qui il sofista può innestare la sua opera, contribuendo all'azione educativa della città, in particolare alla costruzione e al consolidamento del consenso, sul quale si regge la democrazia, e insegnando l'eubulìa, la capacità di prendere buone decisioni sia in ambito privato, sia pubblico.

tratto da: Giuseppe Cambiano, Storia della filosofia antica, Editori Laterza, 2004, pagg.36-38
martedì, 24 luglio 2007

Il ruolo della morale nella società antica

[...] ci sono aspetti di lunga durata nella riflessione morale e nell'etica antica, che non variano sostanzialmente nel corso della loro storia secolare, e che formano il quadro stabile di comprensione di questa storia.
        Il primo di essi consiste nel ruolo centrale giocato dai valori e dalle norme morali in funzione del governo della vita individuale e delle dinamiche di integrazione e di consenso sociale. La società greca non ha mai posseduto forti apparati coercitivi di tipo politico, come lo Stato e la magistratura, né tanto meno apparati di condizionamento ideologico ed educativo, come la scuola di stato o una Chiesa unificata. Neppure esistono testi dotati di valore normativo universale, come un corpo legislativo unificato, o un Libro sacro, una Scrittura impositiva perché rivelata. Tutto ciò vale anche in larga misura, se pure in forme diverse, per la società romana, ad eccezione forse di quella tardo-imperiale. Lo Stato non interviene se non sporadicamente e con scarsa efficacia nelle questioni di regolamentazione morale (si possono citare ad esempio le leggi sulla famiglia, sulla condotta sessuale, o quelle contro il lusso); soprattutto, esso non dispone né dell'autorità, né degli strumenti di condizionamento educativo, che gli consentano di imporre le norme di condotta necessarie sia alla vita associata sia all'omogeneità morale dei suoi membri.
       A questa carenza devono assiduamente supplire agenti morali diversi e in qualche modo spontanei, come le dinamiche di auto-formazione del corpo sociale, le correnti del pensiero religioso, i messaggi sapienziali, più tardi il lavoro delle scuole filosofiche, l'opera dei moralisti e dei 'direttori di coscienza'. Scopo comune, anche se perseguito con strade diverse e spesso rivali, è quello di ottenere l'introiezione di valori e norme morali capaci di orientare la condotta, di cementare l'assenso verso le regole della vita sociale, e le sue autorità, di ottenere insomma mediante la persuasione, la formazione, la teoria, ciò che non può venire imposto in modo coercitivo. Tutto questo ha però naturalmente esiti che non si esauriscono semplicemente nella supplenza di un potere statale e ideologico assente o troppo debole.
       La spontaneità sociale e culturale dei processi di formazione e di soggettivazione morale dell'uomo antico lascia aperti spazi di incertezza, di conflittualità, dunque anche di scelta e di libertà ignoti in altri sistemi sociali. La morale e l'etica antica hanno un ruolo centrale, una diffusione pervasiva nel governo della vita e dell'integrazione sociale perché surrogano l'assenza di regole coercitive. Ma proprio per questo la loro influenza è problematica, aperta, 'leggera'; proprio per questo l'interrogazione e la discussione sono più ricche, più argomentativamente articolate, più esposte al dissenso in quanto prive di protezione autoritaria o dogmatica. Più che in ogni altra epoca, l'uomo antico ha avuto bisogno di una morale e di un'etica per guidare la sua vita individuale e sociale; ma non ha mai conosciuto l'imposizione di una morale compulsiva, di un'etica 'ufficiale', restando così esposto all'incertezza della scelta. Spesso egli si è pensato nella situazione di chi si trovi di fronte a un bivio, fra virtù e vizio, o fra morali contrapposte, e sia chiamato a scegliere; quasi mai ha pensato, comunque, che questa libertà di scelta fosse un male.

Mario Vegetti, L'etica degli antichi, 1989, Laterza, pagg.4-6

Lettera aperta al PD

di: Furio Colombo - Unità 21.07.07

Caro Partito democratico, ho appena ricevuto questa e-mail. Come devo rispondere?

Caro Furio, ho letto stamattina, su
l’Unità, le regole per partecipare alle primarie. Sono fatte per impedire di parteciparvi a chiunque non faccia parte della casta. Peccato. Avrei votato per Lei. Se non me lo lasceranno fare non voterò per nessuno in questo giro. Poi vedremo. Un saluto affettuoso a Lei, e ai lavoratori de l’Unità (Padellaro in testa). Grazie per le cose che ci scrivi.
Saverio B.

La lettera mi è sembrata affettuosa e pessimista. Avevo esaminato il regolamento.
Francamente mi era sembrato strano perché è pieno di dettagli tecnici che sembrano studiati come prove da Harry Potter, poco rapporto con i contenuti della politica e una serie di ostacoli ben congegnati. Ne superi uno e te ne presentano un altro. Poi mi sono accorto che - come con le pensioni - gli stessi numeri si possono aggregare in tanti modi. Poiché, naturalmente, ho pensato alle semplicissime primarie americane (vai, ti iscrivi, ti presenti, parli poi gli elettori giudicano, alcune riflessioni non festose sono inevitabili. Credo di poter dire che non si conosce, nel mondo democratico alcuna organizzazione politica che - prendendo la lodevole iniziativa di indire elezioni primarie - decida di trasformare quelle elezioni in uno sport estremo, una sorta di arduo pentatlon in cui devi vincere gare diverse in luoghi diversi e con diverse modalità, solo per poter cominciare a parlare.

Confesso che devo all’articolo di Andrea Carugati (l’Unità del 20 luglio) la piena comprensione della strana prova che avete creato e che chiede a chi si candida di organizzare, iniziare, portare a termine con successo, una serie di operazioni che fanno parte di uno strano gioco organizzativo ma non hanno niente a che fare le qualità e il lavoro del candidato. Cito dall’articolo di Carugati queste scene da film dell’orrore: «L’aspirante candidato dovrà schierare una squadra minima di 125 candidati: 5 per ognuno dei 25 collegi scelti. Ogni lista di collegio richiede un minimo di 100 firme per essere ammessa alla gara. Dunque la quota minima di firme per le liste è 2500. Tutto ciò non basta per essere votato in tutta Italia ma solo in quei 25 collegi. Negli altri 450 la sua candidatura non esisterà».

Attenzione, cittadini e lettori, alla frase che segue: «Per esistere in tutta Italia l’aspirante candidato dovrà mettere in campo una lista per ogni collegio, e dunque raccogliere quasi 50 mila firme. Chi non fosse in grado di competere con questi numeri resta al palo».

Uno come Mario Adinolfi (il giovane “new entry” messo finalmente in onda su SKY TG 24 la sera del 19 luglio) e uno come me, che “new entry” non è né nella vita né nella politica ma, come Adinolfi, non ha apparato, macchine, segreteria, sostegno logistico e corrispondenti in ogni luogo, potrebbe lamentare che tutto è stato fatto per offrire un passaggio a pochi grandi. Carugati, da giornalista più attento di altri colleghi, infatti precisa: «A Santi Apostoli (sede del Partito democratico ancora senza volto, ndr) ti spiegano che non sono previsti “aiutini” dal quartier generale Pd né per raccogliere firme né per aprire una stanza. Ognuno si deve arrangiare. Si presuppone che i candidati abbiano dietro di sé una struttura».

Eppure la questione dell’apparato è la prova vistosa che chi è senza apparato e potere organizzativo e logistico non solo non vince ma non deve neppure provare, è una fantasiosa stranezza, che richiama i tragici indovinelli nel finale della “Turandot” (”Popolo di Pechino, la legge è questa!”). Ma non è il peggio.
Il peggio, lo avrete notato, è nel non detto e anzi nel deliberatamente non voluto. Per esempio non è previsto un solo confronto fra candidati, non è richiesto un solo dibattito.
Benché, per fortuna, si siano finora candidate persone di qualità, meritevoli di partecipare alla guida di un grande partito, l’augurio non è “vinca il migliore”. L’augurio è: “vinca il più forte”.
Quello che ha un migliore sistema di trasporto, di comunicazioni, di strutture locali a disposizione e può in pochi giorni fondare e gestire la sua presenza a Marsala e a Pavia, ad Aosta e a Sant’Agata di Militello, a Salerno e a Bressanone.

Dunque il Pd si sta manifestando come una vasta rete turistica da percorrere entro breve tempo (30 luglio) con mezzi propri, lasciando a carico dei fortunati dotati di ubiquità solo i messaggi, ma senza chiedere mai di incrociare quei messaggi in dialoghi o dibattiti che dovrebbero essere, invece, le sole vere prove che interessano gli elettori.

La morale è disastrosa perché - nonostante il valore indiscutibile di alcuni - è meticolosamente antidemocratica. Il Pd sta dicendo che se Adinolfi ed io non siamo capaci di percorrere in una settimana la penisola, affittando stanze, formando centri, compilando liste, mobilitando notai e consiglieri comunali (quelli già non occupati full time dai “grandi” con presenza nazionale causa Ministero, Municipio e tv continua), non potremo mai chiedere a Rosy Bindi in che senso è laica e a Veltroni come mai apprezza il manifesto dei prudentissimi “coraggiosi” che osano schierarsi, niente di meno che con il Governatore della Banca d’Italia.

La conclusione di quanto detto è drammatica e necessaria. Siamo sicuri che tutti e quarantacinque i grandi esperti di regole del Pd volevano solo numeri (che sono possibili solo a chi muove una intera burocrazia di cui già dispone) e niente politica?

Siamo sicuri di volere il contrario esatto delle primarie americane e cioè niente dibattiti, niente politica, ma solo i cittadini che disciplinatamente si mettono in fila prima per firmare, poi per votare e basta? Così come è, la situazione appare incredibile ma anche assurda. C’è qualcuno che possa, nel nascente Pd o nel suo ex consiglio dei saggi riesaminare e cambiare queste regole folli (50 mila firme!) per tornare alla democrazia regolare (io parlo, tu giudichi, noi votiamo)?
C’è qualcuno che si rende conto che il pericolo (nel senso della partecipazione democratica) è di non poter partecipare?
Poiché questo non è un lamento ma una allarmata constatazione dei fatti, non vi sembra che una ragionevole via d’uscita potrebbe essere di poter fare l’intera raccolta di firme nelle varie regioni e in tutto il Paese via e-mail? C’è qualcuno che mi darà, ci darà una risposta?

furiocolombo@unita.it

tratto da: liberacittadinanza.it
sabato, 21 luglio 2007

La politica è ancora un valore? (2)

In realtà, il peso delle religioni è direttamente proporzionale al venir meno della politica come pratica capace di fornire un orizzonte di aspettativa e di senso alle persone. Le religioni hanno riguadagnato spazio pubblico proprio in quanto la politica è indietreggiata. Ma qui occorre precisare. Quelle che si presentano oggi sotto il sembiante di religioni hanno ormai ben poco da spartire con l'autentica esperienza della fede: sono piuttosto dei fattori di identificazione e di appartenenza che surrogano la funzione un tempo svolta dalle ideologie. L'epoca della mondializzazione [...] ha una forma dominante di conflitto: il conflitto identitario. L'ossessione identitaria è il vero male, la vera patologia del mondo globalizzato.

Giacomo Marramao, tratto da La politica è ancora un valore?, op. cit., pag.101-102
venerdì, 20 luglio 2007

La politica è ancora un valore?

La partecipazione è uno dei requisiti chiave della democrazia liberale. In assenza di un meccanismo che permetta al cittadino di esprimersi, di articolare le sue priorità e di designare, controllare e revocare i suoi leader, sono in pericolo gli elementi costitutivi fondamentali del progetto democratico.

Jacqueline Bhabha, tratto da La politica è ancora un valore? (Antonio Gnoli, Roberto Esposito, Eugenio Scalfari, Jacqueline Babha, Giacoma Marramao, Fernando Savater, Emanuele Severino), Micromega 3/2007, pag.87

I professionisti dell'antimafia

Leonardo Sciascia il 10 gennaio 1987 pubblica sul “Corriere della Sera” l’articolo intitolato ai Professionisti dell’antimafia. Questo articolo produsse, tra i giovani del Coordinamento antimafia palermitano, sentimenti di rifiuto dell’autore, visto fino a quel momento come qualcuno “dalla loro parte”, al punto che si arrivò ad ingiuriarlo con quel termine reso celebre nel Giorno della civetta, ovvero “quaquaraquà”. Vediamo innanzitutto cosa ha scritto in questo articolo il celebre scrittore per provocare cotanta reazione, per poi andare a vedere il contesto in cui si collocano le affermazioni di Sciascia, e infine ricercarne i motivi attraverso una più accurata analisi del pensiero dell’autore di Racalmuto.

L’articolo si apre con due “autocitazioni” (da Il giorno della civetta e A ciascuno il suo), per sottolineare il suo da sempre attivo impegno nella lotta alla mafia (per quel che può competere a uno scrittore: denunciando il fenomeno nei suoi romanzi). Poi, rimproverando una storica disattenzione (all’epoca dei racconti: 1961 e 1966) alla problematica mafiosa, superata solo negli ultimi anni, con un eccessi nell’altro senso (retorica poco funzionale alla soluzione del problema), recensisce il libro La mafia durante il fascismo, di Christopher Duggan, uno dei primi libri che fanno uso di un vero metodo storiografico per parlare della mafia, citando fonti d’archivio. Nel suo lavoro Duggan porta avanti la tesi secondo cui l’operazione antimafia del prefetto Mori (iniziata nel 1926) sarebbe stata lo strumento di una lotta tra fazioni all’interno del Partito Nazionale Fascista. “L’antimafia”, continua Sciascia, “è stata allora strumento di una fazione […] per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile”; ma anche in un sistema democratico l’antimafia può essere “strumento di potere”, “retorica aiutando e spirito critico mancando”. E fa un esempio: “un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi […] come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra […], si può considerare come in una botte di ferro”; Ma “chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione” “a causa del suo scarso impegno amministrativo”, “correndo il rischio di essere marchiato come mafioso”? Infine tratta della promozione a Procuratore della Repubblica di Marsala di Paolo Borsellino, criticandone il criterio di nomina, ovvero “la particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare”. Conclude sottolineando il fatto “che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”.

Sciascia quindi apre ricordando il suo impegno contro la mafia, come a voler creare un solco tra lui (che ha fatto un certo tipo di antimafia) e gli altri (i “cosiddetti professionisti dell’antimafia”), questa precisazione può essere intesa come un’avvertenza: l’autore forse in previsione dello sconcerto che poteva provocare nell’opinione pubblica il suo articolo (soprattutto nella parte finale), intende chiarire da che parte sta ed è sempre stato. Per quel che riguarda l’analisi di Duggan, bisogna sottolineare che effettivamente l’antimafia fascista può essere intesa come un’operazione fazionaria, ma non bisogna dimenticare quanti mafiosi veri siano stati perseguiti dalla polizia e dalla magistratura in quel periodo. Parlando di “antimafia strumento di potere” e con l’esempio del sindaco antimafia, il riferimento è a Leoluca Orlando e alla sua antimafia populistica e plebiscitaria, funzionale all’accumulo del consenso, alla sua concezione della società civile che si affidava all’operato della magistratura esaltandola ed appoggiandosi acriticamente ad essa, tranne che per criticarla per aver tenuto nel cassetto presunti risultati scottanti delle indagini sulla mafia “politica” (accusa questa mossa da Orlando ed altri esponenti della Rete nel 1991, a cui Falcone rispose: “Orlando ormai ha bisogno della temperatura sempre più alta”, criticando la politica orlandiana che viveva della critica della vecchia politica, sicuramente in affari con la mafia).

Bisogna sottolineare il periodo, siamo nel 1987, appena un anno prima incominciò il maxiprocesso, la speranza nella “società civile” di sconfiggere o almeno ferire gravemente la mafia era grande, gli artefici di questo successo (fu infatti già un successo l’inaugurazione del processo, tenuto in un aula bunker con pareti antimissile, e preparato dai magistrati nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara) erano i magistrati del pool di Antonino Caponnetto, tra cui spiccavano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In questo contesto è comprensibile lo sconcerto che ha potuto provocare nell’opinione pubblica un attacco mirato come quello che Sciascia ha portato alla nomina di Borsellino a Procuratore di Marsala, considerati anche gli argomenti portati dal racalmutese che contestava il fatto che in un territorio infetto dalla mafia, venisse preferito un magistrato con esperienza nel settore piuttosto che il magistrato più anziano che però non aveva altrettanta esperienza. Sorprende anche il fatto che nelle due polemiche aperte da Sciascia, con Orlando e con Borsellino, il secondo venga nominato mentre il primo (su cui la contestazione di Sciascia, seppur impopolare, è meglio argomentata, trattandosi tra l’altro di un personaggio della politica, quindi criticabile sempre a ragione) no.

Per comprendere i motivi delle polemiche che ha aperto con il suo articolo, bisogna andare ad analizzare il suo pensiero. Una delle più importati tematiche della riflessione di Sciascia è l’etica pubblica: l’antimafia se ne configura come parte fondamentale . Nel racconto Una rosa per Matteo Lo Vecchio[1] il protagonista è un funzionario di polizia del Regno di Sicilia che prima è usato da questo per attaccare i privilegi della Chiesa, poi, scaricato dai suoi superiori, viene assassinato e nel dileggio generale gettato in un pozzo. Sciascia paragona il cadavere di Matteo Lo Vecchio al cadavere dello Stato, un’etica pubblica quindi dileggiata e relegata in un pozzo, che è presente solo in alcuni uomini che anticonformisticamente servono lo Stato secondo un ideale di Giustizia, nonostante gli ostacoli insormontabili posti da altri funzionari dello Stato, di uno Stato-potere che in Sicilia è connivente con la mafia. Questo è il quadro che traspare da romanzi come Il giorno della civetta, I pugnalatori e Porte aperte. Per capire meglio cosa Sciascia intendesse per mafia cito dall’Avvertenza  all’edizione scolastica del Giorno della civetta[2] Di quegli anni (1973) è l’edizione italiana del saggio del sociologo tedesco Henner Hess prefato da Sciascia: Hess porta avanti la tesi che la mafia come organizzazione non esista, le cosche siano piccoli e fluidi gruppi costituiti da “una serie di relazioni a coppie che il mafioso intrattiene con persone tra di loro indipendenti”[3], sostiene quindi che non si può parlare di mafia come organizzazione ma come comportamento. del 1972: “ma la mafia […] è […] un ‘sistema’ che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel ‘vuoto’ dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma ‘dentro’ lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta.”

La contrapposizione tra Stato-giustizia e Stato-potere diventa problematica per Sciascia negli anni settanta, i cosiddetti “anni di piombo”. Egli tradizionalmente di sinistra (fu eletto al Consiglio Comunale di Palermo nel 1975 come indipendente in lista Pci) si trovò a dissentire dalla strategia varata dal Partito Comunista Italiano nel 1977, detta del “compromesso storico”. Egli riteneva che in Italia non c’era uno Stato vero (Stato-giustizia), quindi criticava l’identificazione che stavano facendo i comunisti con quella “caricatura” di Stato, per ragioni di “solidarietà nazionale”. Da ciò derivò una polemica con Giorgio Amendola che definì “vili” gli intellettuali italiani che si mostravano restii al dovere di difendere la Repubblica. In quegli anni Sciascia assunse una posizione “garantista”, critica verso tutti i poteri “speciali” e in ogni modo repressivi che potessero essere assunti dallo Stato. La sua più grande preoccupazione era di scongiurare una riduzione dei diritti, che avrebbe portato al rafforzamento dello Stato a discapito dei cittadini (ricordiamo l’assunto  di partenza: che lo Stato che “comanda” non è lo Stato-giustizia, ma lo Stato-potere connivente con la mafia). Nonostante l’offensiva terroristica delle Brigate rosse Sciascia rifiuta di schierarsi per “lo Stato”. Una nuova polemica nasce col blitz napoletano del 1983 che demolisce la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, ma porta alla carcerazione dell’innocente Enzo Tortora: Sciascia affermò che gli inquirenti erano interessati soltanto ad accreditare i loro “teoremi” e che facessero un uso spregiudicato dei pentiti. Il caso Tortora dimostrava come la tecnologia investigativo-giudiziaria creata per combattere il terrorismo si stava trasferendo nella lotta alla criminalità organizzata, bisogna aggiungere che ci fu un contatto anche tra le due fenomenologie. In quel periodo era evidente che la violenza creava consenso, e che con questa si esercitava potere e si trattava con il potere. È anche con questa traccia interpretativa che possiamo comprendere la nuova strategia stragista della mafia.

Nel 1985 Leoluca Orlando diventa Sindaco di Palermo. Egli riteneva che la forza della mafia stesse nella sua organizzazione e nella disorganizzazione della società, quindi la soluzione del problema si poteva trovare col rafforzamento della società civile[4]. Il movimento raccolse dissidenti della Dc e del Pci, in aperta critica e contrapposizione con la classe dirigente precedente e al sistema dei partiti che in Sicilia era rappresentato dal “partito unico della spesa pubblica”[5]. Questa “società civile” diede il proprio appoggio a quella parte della magistratura che aveva denunciato il proprio isolamento dal sistema politico e dal resto del mondo giudiziario come una condanna a morte sulla propria testa. Sciascia restò molto critico nei confronti dell’esperimento orlandiano, che gli ricordava il tanto disprezzato compromesso storico (vista la compresenza di esponenti provenienti dalla Dc e dal Pci), e in generale l’esaltazione della magistratura e della repressione penale, nella sua prospettiva garantista, gli ricordava l’operazione antimafia di Cesare Mori, dalla comparazione dei suoi sermoni educativi nelle scuole con quelli del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ne criticò la richiesta di poteri “straordinari”, scrivendo dell’inadeguatezza dei suoi schemi interpretativi anche dopo il suo omicidio. Un altro motivo della critica di Sciascia all’antimafia dello Stato fu la legge La Torre-Rognoni che definiva l’”associazione di tipo mafioso” come reato in sé: dal punto di vista garantista era grave l’abbandono del concetto del carattere individuale della responsabilità penale. Il maxiprocesso aperto a Palermo nel febbraio del 1986 diede ulteriori spunti polemici: la “società civile” tornò a mobilitarsi appiattendosi però sulle strategie della Procura della Repubblica, sul fronte opposto si alzarono forti le proteste del mondo forense sull’uso dei pentiti, trattati alla stregua di “spie e delatori”[6]. Anche Michele Pantaleone, che insieme a Sciascia si era impegnato fortemente contro la mafia, avanzò molti dubbi nei confronti del pentitismo. Bisogna però specificare alcune cose riguardo al pentitismo: da sempre i mafiosi usano parlare con la polizia: sin dalla seconda metà dell’Ottocento i rapporti di polizia erano pieni di informazioni sulle cosche, e queste venivano da dentro l’organizzazione; il pentitismo, quindi, porta nel pubblico del tribunale, quindi in un ottica pienamente garantista, ciò che accadeva nel privato dei commissariati di polizia. Il pentito parla perché riconosce la deviazione della propria battaglia: non abiura i fini, ma critica i mezzi, il più delle volte la svolta violenta presa dalla propria attività (per esempio Buscetta parla della mafia come organizzazione con il compito di mantenere l’ordine, che contempla l’uso della violenza come extrema ratio, ma l’escalation di violenza che si ha con la scalata ai vertici della Commissione dei Corleonesi lo fa rendere conto del fallimento dell’organizzazione che si presentava come assicuratrice dell’ordine, ma che produceva solo eversivo disordine). La critica di Sciascia e Pantaleone però fu sicuramente positiva, col loro rifiuto dell’appiattimento sulla posizione dei pentiti che descrivevano una mafia “buona” di cui loro erano i rappresentanti oppressa e sovrastata dalla mafia “cattiva” dei Corleonesi, o che si dipingevano come “perdenti” come avversari del narcotraffico.

Sin qui si è cercato di descrivere il contesto culturale e le precedenti prese di posizione di Leonardo Sciascia al fine di meglio comprendere il senso del famoso articolo presentato in apertura. Dopo aver cercato di descrivere la natura dell’antimafia dello scrittore, che potremmo affermare mossa da un’etica pubblica impregnata da un forte ideale di Giustizia che si può realizzare solo nel rispetto dei diritti di ogni cittadino (il garantismo di Sciascia si potrebbe così riassumere), possiamo affermare che i ragazzi del “Comitato antimafia” che si sentirono traditi con la pubblicazione de I professionisti dell’antimafia, non avevano compreso il senso delle pubblicazioni di Sciascia.

Volendo fare, invece, dei giudizi a posteriori possiamo affermare che nell’ambito della battaglia al terrorismo e in quella alla mafia, non vennero incrinati i diritti degli individui e le pubbliche libertà, ciò però non testimonia totalmente a sfavore delle preoccupazioni di Sciascia, se pensiamo che contro il terrorismo fu invocata la pena di morte e contro la mafia la legge marziale (come fece Giorgio Bocca[7] nel 1989), quindi nell’ambito del dibattito democratico le polemiche garantiste impedirono una svolta di quel tipo. Nel caso dei pentiti si è già sottolineata l’importanza della critica contro l’appiattimento sulle loro versioni, ma non possiamo non constatare che l’uso dei pentiti da parte della giustizia (che è previsto anche in altri ordinamenti giudiziari come quello statunitense, e quindi non è un’anomalia italiana), si è rivelato condicio sine qua non per ottenere successi contro organizzazioni ben strutturate come quelle mafiose o terroristiche. Per quel che riguarda la concezione della mafia il maxiprocesso ha provato l’esistenza dell’organizzazione segreta Cosa Nostra.

Per concludere ritornando alla polemica con Amendola, possiamo interpretarla come sintomo delle contraddizioni della sinistra che si trovava per la prima volta a doversi esprimere in questioni di politica giudiziaria in un ottica di governo. Possiamo giudicare che nel merito ebbe ragione Amendola, non si poteva non condannare la strategia terroristica delle Brigate Rosse, ma nel metodo è da elogio il rifiuto di Sciascia della funzione pedagogica del partito, espressa nel discorso del dirigente comunista. Come Pier Paolo Pasolini, Sciascia rifiutò la figura dell’intellettuale organico, non si volle far condizionare dal timore di produrre conseguenze favorevoli al nemico politico: “se il concetto di intellettuale organico significa – e ha significato – che l’intellettuale è organico rispetto a un partito politico, io sono l’intellettuale più disorganico o anorganico che possa esistere. Comunque sono definizioni – organico, disorganico, inorganico – che mi irritano profondamente. Mi fanno pensare al concime. E di sicuro il problema può essere riassunto in quest’analogia: l’intellettuale organico è una specie di concime per la pianta politica. Al limite, preferisco essere la pianta piuttosto che il concime che la fa crescere”.[8]


[1] L. Sciascia, Una rosa per Matteo Lo Vecchio, in Id., La corda pazza, Einaudi, Torino, 1970

[2] L. Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, 1972

[3] H. Hess, Mafia, Laterza, Roma-Bari, 1991, p. 109

[4] Si veda il suo intervento in Sottosviluppo, potere culturale, mafia, a cura di E. Pintacuda, Quaderni universitari palermitani, Palermo, 1972, pp. 49-50

[5] Alleanze trasformistiche che in Sicilia si mascheravano per “patti autonomistici”

[6] Si veda il discorso del preside della facoltà di Giurisprudenza Giovanni Tranchina in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 1986, nella cronaca fattane da “L’Ora”, 30 gennaio 1986

[7] “La Repubblica”, 31 marzo 1989

[8] L. Sciascia, La Sicilia come metafora, intervista di Marcelle Padovani, Mondadori, Milano 1991 [1979], pag.84

lunedì, 16 luglio 2007

La responsabilità dell'uomo

Questo è certo: la tecnica e le sue opere si diffondono per tutto il globo terrestre; è possibile che i loro effetti comulativi si estendano su innumerevoli generazioni future. Con quello che facciamo qui, ora, e per lo più con lo sguardo rivolto a noi stessi, influenziamo in modo massiccio la vita di milioni di uomini di altri luoghi e ancora a venire, che nella questione non hanno avuto voce in capitolo. Mettiamo ipoteche sulla vita futura per vantaggi e bisogni presenti e a breve termine, e a questo riguardo per lo più per bisogni creati da noi stessi. Forse non possiamo evitare del tutto di agire in questo modo o in modo analogo. Ma se è così, dobbiamo porre estrema attenzione a farlo con lealtà verso i posteri, e cioè in modo tale che le loro chance di sciogliere questa ipoteca non siano compromesse in anticipo. Il punto saliente è costituito dal fatto che l'irrompere di dimensioni lontane, future, globali nelle nostre decisioni quotidiane, pratico-terrene, costituisce un novum etico, di cui la tecnica ci ha fatto carico; e la categoria etica che viene chiamata principalmente in causa da questo nuovo dato di fatto si chiama: responsabilità. Il fatto che essa si ponga, come non è mai accaduto prima, al centro della scena etica apre un nuovo capitolo nella storia dell'etica, che rispecchia i nuovi ordini di grandezza del potere di cui l'etica d'ora in poi deve tener conto. Ciò che si richiede alla responsabilità cresce proporzionalmente alle opere del potere.


Hans Jonas, Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio di responsabilità, Einaudi, 1997, pagg.30-31
Dall'originale: Hans Jonas, Technik, Medizin und Ethik - Zur Praxis des Prinzips Verantwortung - Frankfurt a.M. : Suhrkamp, 1985