L’articolo si apre con due “autocitazioni” (da Il giorno della civetta e A ciascuno il suo), per sottolineare il suo da sempre attivo impegno nella lotta alla mafia (per quel che può competere a uno scrittore: denunciando il fenomeno nei suoi romanzi). Poi, rimproverando una storica disattenzione (all’epoca dei racconti: 1961 e 1966) alla problematica mafiosa, superata solo negli ultimi anni, con un eccessi nell’altro senso (retorica poco funzionale alla soluzione del problema), recensisce il libro La mafia durante il fascismo, di Christopher Duggan, uno dei primi libri che fanno uso di un vero metodo storiografico per parlare della mafia, citando fonti d’archivio. Nel suo lavoro Duggan porta avanti la tesi secondo cui l’operazione antimafia del prefetto Mori (iniziata nel 1926) sarebbe stata lo strumento di una lotta tra fazioni all’interno del Partito Nazionale Fascista. “L’antimafia”, continua Sciascia, “è stata allora strumento di una fazione […] per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile”; ma anche in un sistema democratico l’antimafia può essere “strumento di potere”, “retorica aiutando e spirito critico mancando”. E fa un esempio: “un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi […] come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra […], si può considerare come in una botte di ferro”; Ma “chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione” “a causa del suo scarso impegno amministrativo”, “correndo il rischio di essere marchiato come mafioso”? Infine tratta della promozione a Procuratore della Repubblica di Marsala di Paolo Borsellino, criticandone il criterio di nomina, ovvero “la particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare”. Conclude sottolineando il fatto “che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”.
Sciascia quindi apre ricordando il suo impegno contro la mafia, come a voler creare un solco tra lui (che ha fatto un certo tipo di antimafia) e gli altri (i “cosiddetti professionisti dell’antimafia”), questa precisazione può essere intesa come un’avvertenza: l’autore forse in previsione dello sconcerto che poteva provocare nell’opinione pubblica il suo articolo (soprattutto nella parte finale), intende chiarire da che parte sta ed è sempre stato. Per quel che riguarda l’analisi di Duggan, bisogna sottolineare che effettivamente l’antimafia fascista può essere intesa come un’operazione fazionaria, ma non bisogna dimenticare quanti mafiosi veri siano stati perseguiti dalla polizia e dalla magistratura in quel periodo. Parlando di “antimafia strumento di potere” e con l’esempio del sindaco antimafia, il riferimento è a Leoluca Orlando e alla sua antimafia populistica e plebiscitaria, funzionale all’accumulo del consenso, alla sua concezione della società civile che si affidava all’operato della magistratura esaltandola ed appoggiandosi acriticamente ad essa, tranne che per criticarla per aver tenuto nel cassetto presunti risultati scottanti delle indagini sulla mafia “politica” (accusa questa mossa da Orlando ed altri esponenti della Rete nel 1991, a cui Falcone rispose: “Orlando ormai ha bisogno della temperatura sempre più alta”, criticando la politica orlandiana che viveva della critica della vecchia politica, sicuramente in affari con la mafia).
Bisogna sottolineare il periodo, siamo nel 1987, appena un anno prima incominciò il maxiprocesso, la speranza nella “società civile” di sconfiggere o almeno ferire gravemente la mafia era grande, gli artefici di questo successo (fu infatti già un successo l’inaugurazione del processo, tenuto in un aula bunker con pareti antimissile, e preparato dai magistrati nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara) erano i magistrati del pool di Antonino Caponnetto, tra cui spiccavano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In questo contesto è comprensibile lo sconcerto che ha potuto provocare nell’opinione pubblica un attacco mirato come quello che Sciascia ha portato alla nomina di Borsellino a Procuratore di Marsala, considerati anche gli argomenti portati dal racalmutese che contestava il fatto che in un territorio infetto dalla mafia, venisse preferito un magistrato con esperienza nel settore piuttosto che il magistrato più anziano che però non aveva altrettanta esperienza. Sorprende anche il fatto che nelle due polemiche aperte da Sciascia, con Orlando e con Borsellino, il secondo venga nominato mentre il primo (su cui la contestazione di Sciascia, seppur impopolare, è meglio argomentata, trattandosi tra l’altro di un personaggio della politica, quindi criticabile sempre a ragione) no.
Per comprendere i motivi delle polemiche che ha aperto con il suo articolo, bisogna andare ad analizzare il suo pensiero. Una delle più importati tematiche della riflessione di Sciascia è l’etica pubblica: l’antimafia se ne configura come parte fondamentale . Nel racconto Una rosa per Matteo Lo Vecchio[1] il protagonista è un funzionario di polizia del Regno di Sicilia che prima è usato da questo per attaccare i privilegi della Chiesa, poi, scaricato dai suoi superiori, viene assassinato e nel dileggio generale gettato in un pozzo. Sciascia paragona il cadavere di Matteo Lo Vecchio al cadavere dello Stato, un’etica pubblica quindi dileggiata e relegata in un pozzo, che è presente solo in alcuni uomini che anticonformisticamente servono lo Stato secondo un ideale di Giustizia, nonostante gli ostacoli insormontabili posti da altri funzionari dello Stato, di uno Stato-potere che in Sicilia è connivente con la mafia. Questo è il quadro che traspare da romanzi come Il giorno della civetta, I pugnalatori e Porte aperte. Per capire meglio cosa Sciascia intendesse per mafia cito dall’Avvertenza all’edizione scolastica del Giorno della civetta[2] Di quegli anni (1973) è l’edizione italiana del saggio del sociologo tedesco Henner Hess prefato da Sciascia: Hess porta avanti la tesi che la mafia come organizzazione non esista, le cosche siano piccoli e fluidi gruppi costituiti da “una serie di relazioni a coppie che il mafioso intrattiene con persone tra di loro indipendenti”[3], sostiene quindi che non si può parlare di mafia come organizzazione ma come comportamento. del 1972: “ma la mafia […] è […] un ‘sistema’ che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel ‘vuoto’ dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma ‘dentro’ lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta.”
La contrapposizione tra Stato-giustizia e Stato-potere diventa problematica per Sciascia negli anni settanta, i cosiddetti “anni di piombo”. Egli tradizionalmente di sinistra (fu eletto al Consiglio Comunale di Palermo nel 1975 come indipendente in lista Pci) si trovò a dissentire dalla strategia varata dal Partito Comunista Italiano nel 1977, detta del “compromesso storico”. Egli riteneva che in Italia non c’era uno Stato vero (Stato-giustizia), quindi criticava l’identificazione che stavano facendo i comunisti con quella “caricatura” di Stato, per ragioni di “solidarietà nazionale”. Da ciò derivò una polemica con Giorgio Amendola che definì “vili” gli intellettuali italiani che si mostravano restii al dovere di difendere la Repubblica. In quegli anni Sciascia assunse una posizione “garantista”, critica verso tutti i poteri “speciali” e in ogni modo repressivi che potessero essere assunti dallo Stato. La sua più grande preoccupazione era di scongiurare una riduzione dei diritti, che avrebbe portato al rafforzamento dello Stato a discapito dei cittadini (ricordiamo l’assunto di partenza: che lo Stato che “comanda” non è lo Stato-giustizia, ma lo Stato-potere connivente con la mafia). Nonostante l’offensiva terroristica delle Brigate rosse Sciascia rifiuta di schierarsi per “lo Stato”. Una nuova polemica nasce col blitz napoletano del 1983 che demolisce la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, ma porta alla carcerazione dell’innocente Enzo Tortora: Sciascia affermò che gli inquirenti erano interessati soltanto ad accreditare i loro “teoremi” e che facessero un uso spregiudicato dei pentiti. Il caso Tortora dimostrava come la tecnologia investigativo-giudiziaria creata per combattere il terrorismo si stava trasferendo nella lotta alla criminalità organizzata, bisogna aggiungere che ci fu un contatto anche tra le due fenomenologie. In quel periodo era evidente che la violenza creava consenso, e che con questa si esercitava potere e si trattava con il potere. È anche con questa traccia interpretativa che possiamo comprendere la nuova strategia stragista della mafia.
Nel 1985 Leoluca Orlando diventa Sindaco di Palermo. Egli riteneva che la forza della mafia stesse nella sua organizzazione e nella disorganizzazione della società, quindi la soluzione del problema si poteva trovare col rafforzamento della società civile[4]. Il movimento raccolse dissidenti della Dc e del Pci, in aperta critica e contrapposizione con la classe dirigente precedente e al sistema dei partiti che in Sicilia era rappresentato dal “partito unico della spesa pubblica”[5]. Questa “società civile” diede il proprio appoggio a quella parte della magistratura che aveva denunciato il proprio isolamento dal sistema politico e dal resto del mondo giudiziario come una condanna a morte sulla propria testa. Sciascia restò molto critico nei confronti dell’esperimento orlandiano, che gli ricordava il tanto disprezzato compromesso storico (vista la compresenza di esponenti provenienti dalla Dc e dal Pci), e in generale l’esaltazione della magistratura e della repressione penale, nella sua prospettiva garantista, gli ricordava l’operazione antimafia di Cesare Mori, dalla comparazione dei suoi sermoni educativi nelle scuole con quelli del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ne criticò la richiesta di poteri “straordinari”, scrivendo dell’inadeguatezza dei suoi schemi interpretativi anche dopo il suo omicidio. Un altro motivo della critica di Sciascia all’antimafia dello Stato fu la legge La Torre-Rognoni che definiva l’”associazione di tipo mafioso” come reato in sé: dal punto di vista garantista era grave l’abbandono del concetto del carattere individuale della responsabilità penale. Il maxiprocesso aperto a Palermo nel febbraio del 1986 diede ulteriori spunti polemici: la “società civile” tornò a mobilitarsi appiattendosi però sulle strategie della Procura della Repubblica, sul fronte opposto si alzarono forti le proteste del mondo forense sull’uso dei pentiti, trattati alla stregua di “spie e delatori”[6]. Anche Michele Pantaleone, che insieme a Sciascia si era impegnato fortemente contro la mafia, avanzò molti dubbi nei confronti del pentitismo. Bisogna però specificare alcune cose riguardo al pentitismo: da sempre i mafiosi usano parlare con la polizia: sin dalla seconda metà dell’Ottocento i rapporti di polizia erano pieni di informazioni sulle cosche, e queste venivano da dentro l’organizzazione; il pentitismo, quindi, porta nel pubblico del tribunale, quindi in un ottica pienamente garantista, ciò che accadeva nel privato dei commissariati di polizia. Il pentito parla perché riconosce la deviazione della propria battaglia: non abiura i fini, ma critica i mezzi, il più delle volte la svolta violenta presa dalla propria attività (per esempio Buscetta parla della mafia come organizzazione con il compito di mantenere l’ordine, che contempla l’uso della violenza come extrema ratio, ma l’escalation di violenza che si ha con la scalata ai vertici della Commissione dei Corleonesi lo fa rendere conto del fallimento dell’organizzazione che si presentava come assicuratrice dell’ordine, ma che produceva solo eversivo disordine). La critica di Sciascia e Pantaleone però fu sicuramente positiva, col loro rifiuto dell’appiattimento sulla posizione dei pentiti che descrivevano una mafia “buona” di cui loro erano i rappresentanti oppressa e sovrastata dalla mafia “cattiva” dei Corleonesi, o che si dipingevano come “perdenti” come avversari del narcotraffico.
Sin qui si è cercato di descrivere il contesto culturale e le precedenti prese di posizione di Leonardo Sciascia al fine di meglio comprendere il senso del famoso articolo presentato in apertura. Dopo aver cercato di descrivere la natura dell’antimafia dello scrittore, che potremmo affermare mossa da un’etica pubblica impregnata da un forte ideale di Giustizia che si può realizzare solo nel rispetto dei diritti di ogni cittadino (il garantismo di Sciascia si potrebbe così riassumere), possiamo affermare che i ragazzi del “Comitato antimafia” che si sentirono traditi con la pubblicazione de I professionisti dell’antimafia, non avevano compreso il senso delle pubblicazioni di Sciascia.
Volendo fare, invece, dei giudizi a posteriori possiamo affermare che nell’ambito della battaglia al terrorismo e in quella alla mafia, non vennero incrinati i diritti degli individui e le pubbliche libertà, ciò però non testimonia totalmente a sfavore delle preoccupazioni di Sciascia, se pensiamo che contro il terrorismo fu invocata la pena di morte e contro la mafia la legge marziale (come fece Giorgio Bocca[7] nel 1989), quindi nell’ambito del dibattito democratico le polemiche garantiste impedirono una svolta di quel tipo. Nel caso dei pentiti si è già sottolineata l’importanza della critica contro l’appiattimento sulle loro versioni, ma non possiamo non constatare che l’uso dei pentiti da parte della giustizia (che è previsto anche in altri ordinamenti giudiziari come quello statunitense, e quindi non è un’anomalia italiana), si è rivelato condicio sine qua non per ottenere successi contro organizzazioni ben strutturate come quelle mafiose o terroristiche. Per quel che riguarda la concezione della mafia il maxiprocesso ha provato l’esistenza dell’organizzazione segreta Cosa Nostra.
Per concludere ritornando alla polemica con Amendola, possiamo interpretarla come sintomo delle contraddizioni della sinistra che si trovava per la prima volta a doversi esprimere in questioni di politica giudiziaria in un ottica di governo. Possiamo giudicare che nel merito ebbe ragione Amendola, non si poteva non condannare la strategia terroristica delle Brigate Rosse, ma nel metodo è da elogio il rifiuto di Sciascia della funzione pedagogica del partito, espressa nel discorso del dirigente comunista. Come Pier Paolo Pasolini, Sciascia rifiutò la figura dell’intellettuale organico, non si volle far condizionare dal timore di produrre conseguenze favorevoli al nemico politico: “se il concetto di intellettuale organico significa – e ha significato – che l’intellettuale è organico rispetto a un partito politico, io sono l’intellettuale più disorganico o anorganico che possa esistere. Comunque sono definizioni – organico, disorganico, inorganico – che mi irritano profondamente. Mi fanno pensare al concime. E di sicuro il problema può essere riassunto in quest’analogia: l’intellettuale organico è una specie di concime per la pianta politica. Al limite, preferisco essere la pianta piuttosto che il concime che la fa crescere”.[8]
[1] L. Sciascia, Una rosa per Matteo Lo Vecchio, in Id., La corda pazza, Einaudi, Torino, 1970
[2] L. Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, 1972
[3] H. Hess, Mafia, Laterza, Roma-Bari, 1991, p. 109
[4] Si veda il suo intervento in Sottosviluppo, potere culturale, mafia, a cura di E. Pintacuda, Quaderni universitari palermitani, Palermo, 1972, pp. 49-50
[5] Alleanze trasformistiche che in Sicilia si mascheravano per “patti autonomistici”
[6] Si veda il discorso del preside della facoltà di Giurisprudenza Giovanni Tranchina in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 1986, nella cronaca fattane da “L’Ora”, 30 gennaio 1986
[7] “La Repubblica”, 31 marzo 1989
[8] L. Sciascia, La Sicilia come metafora, intervista di Marcelle Padovani, Mondadori, Milano 1991 [1979], pag.84