Ieri ho avuto modo di appurare, se ancora ce ne fosse il bisogno, che il mio disprezzo per le religioni ha le sue buone fondamenta. Mio zio mi passa da leggere dei foglietti, giorni di un calendario. Per ogni giorno, un versetto della Bibbia e relativo commento, piccoli scritti edificanti. Mi passa cinque giorni, 1-5 agosto. Io accetto, per indole tollerante e perché non avevo nient'altro di meglio da fare. Su uno di questi, il motivo di questo post: non ricordo bene il versetto, ma il commento faceva uno sconcertante elogio della sofferenza. Soffri, soffri e soffri, se ce la farai a sopportare tutte queste sofferenze, sarai buono per il Regno di Dio. Questo in sostanza il messaggio.
Ho pensato alla funzione di controllo sociale e personale esercitata dalle religioni, il tentativo di trasmettere la rassegnazione, di trasmettere una visione per cui ogni problema, ogni sofferenza non vada necessariamente combattuta ma sopportata, in quanto inviata da Dio per provare la tua santità.
Tutto ciò mi mette il voltastomaco. E siccome voglio che anche voi capiate bene quel che io ho provato, vi lascio con questo brano (sullo stesso argomento, altra argomentazione ma simile) di John J. O'Connor, apologia della sofferenza.
Un numero sempre più preoccupante di persone viene condannato a morte in tribunale, su personale iniziativa, oppure su richiesta dei familiari o dei cosiddetti "fiduciari". La motivazione di tale richiesta è la seguente: sono sottoposti ad "inutili" sofferenze; "la loro vita è vana"; sono malati in stato terminale o comatoso, infine "non hanno una ragione per la quale vivere". Che enorme differenza farebbe per questi ammalati, o per coloro che agiscono in loro vece, capire il potere della sofferenza ... coloro che soffrono andando verso la morte meritano la nostra gratitudine per la testimonianza di vita che ci offrono e perché ci aiutano a salvare l'anima [O'Connor 1989].
tratto da: David Lamb, L'etica alle frontiere della vita, il Mulino, 1998, pag.46