Mirko

confronto, informazione, politica, socialità, cultura

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Utente: mirko1004
Nome: Mirko Pace
Studio Filosofia e Scienze Etiche all'Università di Palermo. Dal corso di laurea è evidente il mio φιλοσοφια. Mi interessa tantissimo scoprire-capire-sapere come-perché-cosa pensano le persone e come-perché funzionano le "cose" nel mondo. Mi indignano tantissimo le disparità e i soprusi, questa propensione mi ha fatto avvicinare tantissimo alla politica, che strettamente collegata con le tematiche-problematiche della cittadinanza è uno dei miei pensieri fissi.
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martedì, 24 luglio 2007

Lettera aperta al PD

di: Furio Colombo - Unità 21.07.07

Caro Partito democratico, ho appena ricevuto questa e-mail. Come devo rispondere?

Caro Furio, ho letto stamattina, su
l’Unità, le regole per partecipare alle primarie. Sono fatte per impedire di parteciparvi a chiunque non faccia parte della casta. Peccato. Avrei votato per Lei. Se non me lo lasceranno fare non voterò per nessuno in questo giro. Poi vedremo. Un saluto affettuoso a Lei, e ai lavoratori de l’Unità (Padellaro in testa). Grazie per le cose che ci scrivi.
Saverio B.

La lettera mi è sembrata affettuosa e pessimista. Avevo esaminato il regolamento.
Francamente mi era sembrato strano perché è pieno di dettagli tecnici che sembrano studiati come prove da Harry Potter, poco rapporto con i contenuti della politica e una serie di ostacoli ben congegnati. Ne superi uno e te ne presentano un altro. Poi mi sono accorto che - come con le pensioni - gli stessi numeri si possono aggregare in tanti modi. Poiché, naturalmente, ho pensato alle semplicissime primarie americane (vai, ti iscrivi, ti presenti, parli poi gli elettori giudicano, alcune riflessioni non festose sono inevitabili. Credo di poter dire che non si conosce, nel mondo democratico alcuna organizzazione politica che - prendendo la lodevole iniziativa di indire elezioni primarie - decida di trasformare quelle elezioni in uno sport estremo, una sorta di arduo pentatlon in cui devi vincere gare diverse in luoghi diversi e con diverse modalità, solo per poter cominciare a parlare.

Confesso che devo all’articolo di Andrea Carugati (l’Unità del 20 luglio) la piena comprensione della strana prova che avete creato e che chiede a chi si candida di organizzare, iniziare, portare a termine con successo, una serie di operazioni che fanno parte di uno strano gioco organizzativo ma non hanno niente a che fare le qualità e il lavoro del candidato. Cito dall’articolo di Carugati queste scene da film dell’orrore: «L’aspirante candidato dovrà schierare una squadra minima di 125 candidati: 5 per ognuno dei 25 collegi scelti. Ogni lista di collegio richiede un minimo di 100 firme per essere ammessa alla gara. Dunque la quota minima di firme per le liste è 2500. Tutto ciò non basta per essere votato in tutta Italia ma solo in quei 25 collegi. Negli altri 450 la sua candidatura non esisterà».

Attenzione, cittadini e lettori, alla frase che segue: «Per esistere in tutta Italia l’aspirante candidato dovrà mettere in campo una lista per ogni collegio, e dunque raccogliere quasi 50 mila firme. Chi non fosse in grado di competere con questi numeri resta al palo».

Uno come Mario Adinolfi (il giovane “new entry” messo finalmente in onda su SKY TG 24 la sera del 19 luglio) e uno come me, che “new entry” non è né nella vita né nella politica ma, come Adinolfi, non ha apparato, macchine, segreteria, sostegno logistico e corrispondenti in ogni luogo, potrebbe lamentare che tutto è stato fatto per offrire un passaggio a pochi grandi. Carugati, da giornalista più attento di altri colleghi, infatti precisa: «A Santi Apostoli (sede del Partito democratico ancora senza volto, ndr) ti spiegano che non sono previsti “aiutini” dal quartier generale Pd né per raccogliere firme né per aprire una stanza. Ognuno si deve arrangiare. Si presuppone che i candidati abbiano dietro di sé una struttura».

Eppure la questione dell’apparato è la prova vistosa che chi è senza apparato e potere organizzativo e logistico non solo non vince ma non deve neppure provare, è una fantasiosa stranezza, che richiama i tragici indovinelli nel finale della “Turandot” (”Popolo di Pechino, la legge è questa!”). Ma non è il peggio.
Il peggio, lo avrete notato, è nel non detto e anzi nel deliberatamente non voluto. Per esempio non è previsto un solo confronto fra candidati, non è richiesto un solo dibattito.
Benché, per fortuna, si siano finora candidate persone di qualità, meritevoli di partecipare alla guida di un grande partito, l’augurio non è “vinca il migliore”. L’augurio è: “vinca il più forte”.
Quello che ha un migliore sistema di trasporto, di comunicazioni, di strutture locali a disposizione e può in pochi giorni fondare e gestire la sua presenza a Marsala e a Pavia, ad Aosta e a Sant’Agata di Militello, a Salerno e a Bressanone.

Dunque il Pd si sta manifestando come una vasta rete turistica da percorrere entro breve tempo (30 luglio) con mezzi propri, lasciando a carico dei fortunati dotati di ubiquità solo i messaggi, ma senza chiedere mai di incrociare quei messaggi in dialoghi o dibattiti che dovrebbero essere, invece, le sole vere prove che interessano gli elettori.

La morale è disastrosa perché - nonostante il valore indiscutibile di alcuni - è meticolosamente antidemocratica. Il Pd sta dicendo che se Adinolfi ed io non siamo capaci di percorrere in una settimana la penisola, affittando stanze, formando centri, compilando liste, mobilitando notai e consiglieri comunali (quelli già non occupati full time dai “grandi” con presenza nazionale causa Ministero, Municipio e tv continua), non potremo mai chiedere a Rosy Bindi in che senso è laica e a Veltroni come mai apprezza il manifesto dei prudentissimi “coraggiosi” che osano schierarsi, niente di meno che con il Governatore della Banca d’Italia.

La conclusione di quanto detto è drammatica e necessaria. Siamo sicuri che tutti e quarantacinque i grandi esperti di regole del Pd volevano solo numeri (che sono possibili solo a chi muove una intera burocrazia di cui già dispone) e niente politica?

Siamo sicuri di volere il contrario esatto delle primarie americane e cioè niente dibattiti, niente politica, ma solo i cittadini che disciplinatamente si mettono in fila prima per firmare, poi per votare e basta? Così come è, la situazione appare incredibile ma anche assurda. C’è qualcuno che possa, nel nascente Pd o nel suo ex consiglio dei saggi riesaminare e cambiare queste regole folli (50 mila firme!) per tornare alla democrazia regolare (io parlo, tu giudichi, noi votiamo)?
C’è qualcuno che si rende conto che il pericolo (nel senso della partecipazione democratica) è di non poter partecipare?
Poiché questo non è un lamento ma una allarmata constatazione dei fatti, non vi sembra che una ragionevole via d’uscita potrebbe essere di poter fare l’intera raccolta di firme nelle varie regioni e in tutto il Paese via e-mail? C’è qualcuno che mi darà, ci darà una risposta?

furiocolombo@unita.it

tratto da: liberacittadinanza.it