Protagora. Nato ad Abdera, città della Tracia, verso il 480 a.C. svolse la sua attività d'insegnamento itinerando per le città e soggiornando più volte ad Atene.
[...] Protagora è sostenitore di una tesi famosa, [...]: «l'uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono». [...] [Qual'è il] significato del termine 'uomo'[?]. Quasi sicuramente Protagora non intendeva con esso il genere umano, ossia tutti gli uomini. Si tratta piuttosto in prima istanza dell'individuo singolo. In che senso questi è misura? In primo luogo ciascuno è misura di ciò che egli percepisce con i sensi, nel senso che ciò che appare ai suoi sensi, è vero per lui. [...] Non esiste pertanto una differenza in termini di vero e falso per quanto riguarda le percezioni: per ognuno sono vere le percezioni che egli ha delle cose. [...]
L'esperienza personale di ciascun individuo è più ampia delle singole sensazioni; essa non riguarda soltanto l'istante in cui avviene la singola percezione, bensì l'intera vita dell'individuo. In questo quadro si comprende meglio la portata dell'altra celebre affermazione di Protagora: «Riguardo agli dèi, non ho la possibilità di accertare né che sono, né che non sono, opponendosi a ciò molte cose: l'oscurità dell'argomento e la brevità della vita umana».
[...] L'esperienza personale, d'altra parte, differenzia gli individui tra di loro, anche per le diverse situazioni ambientali, culturali e politiche nelle quali essi vivono. In questa prospettiva diventa centrale la collocazione dell'individuo nella città. La città è interpretata da Protagora come un complesso apparato educativo, che mira a garantire la conservazione della città stessa immune da conflitti mediante la trasmissione dei valori che ne sono alla base. [...] [Egli] al di sopra delle varie tecniche [...] colloca la tecnica politica, la quale è [...] prerogativa di tutti i membri di una comunità e consiste nella giustizia e nel rispetto reciproco, intesi come vincoli di solidarietà e di amicizia tra i membri della città. È appunto la tecnica politica così intesa, che la città provvede a trasmettere, prima con l'insegnamento, poi con le leggi, a tutti i suoi membri sin dall'infanzia.
[...] Se per ciascuno è vero ciò che gli appare, come può il sofista presentarsi sapiente rispetto agli altri? [..] Il fatto che individui diversi abbiano esperienze personali diverse non implica che essi debbano necessariamente sempre divergere nelle loro opinioni su certe cose. [...] Egli [Protagora] ritiene [...] che sussistono spazi di accordo possibile tra gli individui, quando questi riguardano ciò che è utile e ciò che è dannoso. Qui il sofista può innestare la sua opera, contribuendo all'azione educativa della città, in particolare alla costruzione e al consolidamento del consenso, sul quale si regge la democrazia, e insegnando l'eubulìa, la capacità di prendere buone decisioni sia in ambito privato, sia pubblico.
tratto da: Giuseppe Cambiano, Storia della filosofia antica, Editori Laterza, 2004, pagg.36-38