- Nobile sposo, - disse Russula, baciandogli rispettosamente la mano, - ho da annunciarvi una notizia importante e gioiosa: state per evere un erede!
- Bravissima, mia cara. Chissà che faccia faranno ora i miei generi. Ma... ditemi un po', gentile Russula, come fate a saperlo che sarà un erede?
- Me l’ha detto un astrologo.
- Che astrologo?
- Un astrologo che ho consultato. E perché possa sorvegliare le stelle all’ora del partorimento, l’ho sistemato nel castello. Naturalmente con la riserva d’esserne amabilmente autorizzata dal mio nobile sposo.
- Accidenti, - bofonchiò il Duca, - e io che ho portato a casa un alchimista! Comincia ad esserci un po’ di affollamento.
- La mia decisione non garberebbe al mio sposo? – domandò Russula, ad occhi bassi.
- Ma no, ma no! Crepi chi dirà: crepi l’astrologo! Buona questa, eh Empoigne? Non ho portato qui con me il succo più distillato della spiritosità della corte? Son qui che sprizzo spirito da ogni parte. Il Sire di Ciry non faccia troppo il furbo: gli abbasserò la spocchia bombardandolo di spiritosaggini. E il vescovo? Che sia introdotto il mio vescovo! Bisogna che gli si presenti il mio alchimista. Dov’è l’alchimista? Che sia introdotto il mio alchimista! E il mio erede! Già, il mio erede. Dov’è il mio erede?
Fa finta di cercare attorno a sé. Tamburella il ventre di Russula:
- È qua, il mio erede. Sta qua nascosto. Mica male come nascondiglio. Ah, Russula, che gran piacere mi dài! Anch’io voglio darti un gran piacere.
- Vi ascolto, nobile sposo.
- Mi farò fare una statua. Una statua equestre, giuraddio. Sarà eretta davanti all’olmo, in faccia al ponte levatoio. Messer Francavilla m’ha fatto il ritratto. È un famoso scultore, questo Messer Francavilla, che ha qualcosa a che vedere con la statua del buon Re Enrico Quarto al Ponte Nuovo…
- Mi dispiace di non averla vista, - sospirò Russula.
- Non aver paura, non scappa. Ti porterò a vederla per i prossimi Stati Generali. E non ci sarà molto da aspettare, perché la Regina Madre ha gran bisogno di quattrini e chiederà nuove tasse.
- Vi rendo grazia, mio nobile sposo, - disse Russula, con una riverenza.
- Stavo dicendo della statua. Io figurerò a cavallo, in sella a Sten, naturalmente, del quale pure Messer Francavilla ha fatto un ritratto assai fedele. Sten ne era soddisfatto; quando glie lo si mostrava, lui nitriva. A ritratto donato caval non guarda in bocca.
- Ah ah ah! – fece Empoigne.
- Avrà la sua statua anche lui, - disse a Russula il Duca indicando Mouscaillot. – Più piccola. Visto che c’ero. Mica per lui, - e l’indico di nuovo, - ma perché il bravo Stef non sia geloso.
- E a me, - disse Russula abbassando gli occhi, - non me la fate fare la statua?
- Ebbene sì, moglie. Ci ho pensato. Nella nostra cappella, avrete una tomba magnifica, ancor più bella che la mia Elodia buonanima. Vi si vedrà scolpita in pietra. Per me, io scelgo il bronzo.
Poiché Russula accennava a inchinarsi, il Duca disse:
- Inutile ringraziarmi. Quel che è giusto è giusto. Ah, ecco l’astrologo, mi pare. Accosta. Come ti chiami?
- Per servirla, signoria, Dupont.
- E leggi nelle stelle?
- Per servirla, signoria.
- E ci hai visto che avrò un erede?
- Per servirla, signoria.
Il Duca si rivolse a Russula:
- È un po’ un minchione, il vostro astrologo.
Riprese il dialogo con Dupont, in questi termini:
- Le hai guardate, le stelle, stanotte?
- Per servirla, signoria.
- E cosa t’hanno raccontato?
- Gloriam Dei, signoria, gloriam Dei.
- Tutto lì?
- Come, signoria? – esclamò l’astrologo con un bel movimento oratorio, - sua signoria non troverà mica che sia poco, la gloria di Dio?
- Per la gloriam Dei io ci ho già un vescovo che come competente della questione basta e avanza. Parlami piuttosto della tua specialità.
- Ho sentito la musica delle sfere.
- E che rumore facevano?
- Divino, signoria, Divino.
Il Duca, scoraggiato, si voltò verso Russula:
- È completamente idiota.
Tornò a posare la mano sul ventre della nobildonna e riprese la conversazione con l’astrologo.
- E di qua cosa deve uscire? Una vitellina o un erede?
- Un erede, signoria.
- Ne sei sicuro e certo?
- Gli astri non mentono.
- Però tu mica sei un astro. E gli uomini mentono sì, È diffusa, la menzogna, tanto diffusa che c’è scritta pure nei peccati del catechismo. Se Monsignor Biroton, vescovo in partibus di Sarcellopolis, fosse qui, te lo direbbe subito. È tu hai interesse a mentire. Hai trovato qui vitto e alloggio e te la godi a mie spese. Credevi d’esser cascato su un signorotto credulone come una donnicciola, - accennò a Russula, - e invece ti trovi di fronte un nobiluomo che passa sei mesi all’anno a Corte e alla Città Capitale, che prende la parola negli Stati Generali, e una volta che l’ha presa è difficile togliergliela, be’, insomma, Dupont, fuori dai piedi!
Russula si buttò in ginocchio supplicandolo:
- Nobile sposo, e io che ero cosí fiera d’avere un astrologo tal quale come la Regina Caterina. Pensavo al vostro prestigio… Al vostro status…
- Ma cara mia, - rispose il Duca prendendo un po’ la pazienza, - il fatto è che mi son portato dietro un alchimista dalla Città Capitale, anzi esattamente da Arcueil. Non ho intenzione di mantenere un reggimento di negromanti. Tra i due, preferisco l’alchimista. Quando m’avrà trovato la pietra filosofale…
- Fumisterie! – esclamò Dupont.
- Tu, - disse il duca, - non sei per niente un buon compagno. Sparlare dei colleghi è una cosa che non si fa. Non mi piaci mica.
Comparve Monsignor Biroton, seguito dall’abate Riphinte. Il Duca ricevette entrambi con grandi abbracci e spiegò subito la situazione al Vescovo, chiedendogli consiglio.
- Cacciateli tutt’e due, - disse Onesiforo.
- Subito esagerato! – esclamò il Duca. – Uno dei due lo voglio tenere.
- E io anche, - disse Russula.
Il prete era nei pasticci, si grattò la testa.
- Allora, - domandò il duca, - tu cosa ne dici? L’astrologo? L’alchimista?
- Tutta roba che puzza d’eresia, - disse Biroton.
L’astrologo si rivolse a lui.
- Io sono un buon cristiano, - disse. – Non m’avete confessato voi?
- Questo è vero, - disse il Vescovo.
Il duca era sempre più disgustato.
- Quanto può esser leccaculo, costui! Non mi piace per niente, è deciso.
- Che manchi di pietà non si può dire, - fece Onesiforo, - e dopo tutto, guardar le stelle non è che sia peccato.
- Io anzi lo trovo cosí poetico, - sussurrò Russula.
- E Ser Dupont si guarda bene dal professare la dottrina eretica, - aggiunse l’abate Riphinte, - del polacco Copenico. Questo è già un bel merito.
- Il diavolo fa le pentole ma non i Copernichi, - disse il Duca, distratto.
- Ah ah ah! – fece Empoigne.
- Il sole gira intorno alla terra, - declamò l’astrologo, - pretendere il contrario è malizia e follia.
- Quanto ne sa! – risussurò Russula. – Avrò un erede, non c’è dubbio.
- Cercano tutti di mettermi in mezzo, - mugugnò il Duca.
- L’alchimia è una ricerca oscura, - riprese Onesiforo che vedeva la partita vinta dalla Duchessa e dal suo indovino. – I fuochi dei crogiuoli evocano quelli dell’Inferno e il desiderio dell’oro merita la più severa condanna. Quanto all’elisir di lunga vita, mi ricorda che il demonio disse ai nostri progenitori: eritis sicut dei, consigliando loro di mangiare quella mela, di lunga vita anche quella, diceva…
- Hm… - disse l’abate Riphinte.
- … e quel che è successo in seguito lo sapete.
- Amen, - disse Dupont.
- Amen, - echeggiarono Russula, Empoigne e l’abate Riphinte.
Il Duca sta zitto, guarda storto l’astronomo, sta per perder la pazienza, ma non se ne fa ancora accorgere. Dupont, che crede l’affare fatto, si mette a perorare:
- O potenze celesti che reggete la fortune di questo mondo, io vi vedo apportare i vostri doni e le vostre benedizioni al sublime erede che sta per esser procreato dal colendissimo e illustrissimo Duca d’Auge…
- Come? – esclama il colendissimo e illustrissimo, - come hai detto? … sta per essere… Allora, donna, voi non siete punto incinta?
- Non lo son punto ancora, nobile mio sposo, ma voi provvederete alla bisogna.
E Russula abbassa gli occhi e arrossisce di modestia.
Il colendissimo e illustrissimo Duca d’Auge salta alla gola di Dupont. Comincia a strangolarlo con le proprie possenti mani. L’astrologo sembra voler espellere gli occhi dalle orbite e tira fuori la lingua palliduccia mentre Joachim gli notifica le sue rimostranze e lo informa del suo disprezzo per gli impostori.
Lo stringe con tutte le forze. Lo scuote sempre di piú. Russula si getta ai suoi piedi. Implora pietà. Onesiforo domanda all’abate Riphinte di portargli gli utensili per amministrare l’estrema unzione alla vittima.
Il Visconte d’Empoigne si mantiene con fermezza in una attitudine di prudenza estrema.
- Ah furfante! Ah furfante! – continua a ripetere il Duca mentre l’altro sta virando verso il viola.
- Grazia, nobile sposo! – reclama la Duchessa, - gli sia fatta grazia!
- Su, vediamo un po’, signor mio, - dice Onesiforo in tono di dolce rimprovero, - un po’ di moderazione; non avrò neanche il tempo di dargli i sacramenti.
Dupont è destinato a sopravvivere. Il Duca finisce per lasciarlo in vita. Lui cola per terra come formaggio fuso. Ci si affretta a spazzarlo via, mentre l’alchimista, entrato proprio allora, riverisce il padron di casa.
Il Duca manifesta la sua piena soddisfazione.