Ho inviato una mail a Francantonio Genovese (francantoniogenovese@yahoo.it), segretario regionale del PD in Sicilia. (A scanso di equivoci, e di mail non lette, ho inviato anche due fax ai numeri: 0906415771 e 0902920686). Ecco il testo:Caro segretario,
le scrivo per sollecitarla riguardo un problema che mi sta molto a cuore, e non solo a me certamente: la candidatura alla presidenza della Regione Sicilia, espressa dal centro-sinistra.
Sono un palermitano di ventun anni, e studio filosofia all'Università di Palermo.
Penso che per svariati motivi, sia da considerare una sola candidatura: quella di Rita Borsellino. La prima ragione è quella della legittimità: la Borsellino è stata scelta dagli elettori dell'Unione, alle scorse primarie. Essa soddisfa una delle condizioni di legittimità ed è anzi l'incarnazione di quella VERA novità rappresentata dalle elezioni primarie; ripeto, la VERA novità introdotta in questi anni dall'Ulivo-GAD-FED-Unione e adesso dal Partito Democratico. In quanto segretario in Sicilia del PD, non potrà sottovalutare l'importanza che questo strumento democratico ha per il suo partito. Si potrà dire che Rita Borsellino ha vinto le primarie per le elezioni regionali del 2006, e che questo non la rende automaticamente il candidato per queste nuove consultazioni. E qui vengo alle altre ragioni: Rita Borsellino in questo anno e mezzo di lavori all'Assemblea Regionale ha rappresentato il punto di riferimento per quel che riguarda il centro-sinistra in Sicilia. Il suo carisma è davvero in grado di attirare consensi e, soprattutto, partecipazione, amore per una nuova stagione di cambiamento per la Sicilia. Nonostante gli impegni all'ARS, ha continuato a girare la Sicilia, continuando a portare ovunque quella testimonianza di impegno e di lealtà che sono il tratto caratterizzante della sua esperienza politica. Prova di questo impegno sono l'esperienza di "un'altra storia" e il "viaggio in Sicilia" recentemente iniziato. E poi, caro segretario, Rita, sì, mi sento proprio di poterla chiamare unicamente per nome, e adesso le spiego perché; Rita dicevo, ha una capacità più unica che rara nel desolato panorama politico degli ultimi tempi: mi fa VERAMENTE sperare e mi fa VERAMENTE sognare. Rita è l'unico politico a cui io dono completamente la mia fiducia, e non per simpatia, non per populismo (che in me non attecchisce per niente: studio filosofia, e personalmente approfondisco le tematiche sociali, della cittadinanza e politiche; insomma, è difficile inFinocchiarmi), ma perché penso che 16 anni di battaglie e testimonianza VERA in giro per l'Italia, meritino tutta la mia fiducia.
Insomma, on.Genovese, è Rita l'unica candidata possibile per il centro-sinistra, è Rita l'unico trait-d'union tra il PD e il resto della sinistra, oggi più che mai dopo la scelta di Veltroni di correre da solo alle elezioni politiche.
Infine vorrei ricordarle l'Appello degli Intellettuali e degli artisti, che conta un numero sempre più grande di firme (le consulti lei stesso http://www.ritaborsellino.it/image2/appelloaltre.html)
Sperando che quest'appello non cada nel vuoto, porgo distinti saluti.
Mirko Pace
Penso che Rita Borsellino sia l'unico candidato legittimo del centro-sinistra alle regionali in Sicilia, in quanto premiato dalle primarie di due anni fa. Qualsiasi altro candidato (soprattutto qualsiasi altro candidato di establishment) evidenzierà la voglia del centro-sinistra siciliano, PD in primis, di non fare del male al centro-destra, e di mantenere cristallizzati i rapporti di forza già presenti sull'isola. Sulla destra trovate un bottone per firmare l'appello degli intellettuali e degli artisti in favore della candidatura di Rita Borsellino. Diamoci da fare ragazzi, io sono palermitano, e se non ci sono speranze per il governo nazionale, voglio proprio avere la possibilità di poter almeno immaginare che qualcosa cambi in questa martoriata e umiliata isola.Vista la recente sentenza di condanna del Presidente della Regione Siciliana Cuffaro
Mi sembra una buona proposta. Certo non spero che a seguito di questa mozione Cuffaro si dimetta. Ma, considerando tutti gli attriti e le spaccature all'interno del centro destra all'assemblea regionale, non è detto che non ci scappi una bella crisetta per lo zio vasa-vasa.
C'è anche una petizione da firmare, per mettere un sostanzioso numero dietro la mozione.
La Repubblica ha pubblicato l'11 ottobre un interessante articolo di Thomas L. Friedman. L'autore riflette sulla situazione giovanile, dopo un tour tra college americani. Egli si dice perplesso e impressionato:
"Sono impressionato perché sono molto più ottimisti e idealisti di quello che dovrebbero essere. Sono perplesso perché sono molto meno radicali e impegnati politicamente di quel che sarebbe necessario."
È questo il punto centrale del suo articolo, che esprime già dalle prime righe e sviluppa in tutto il suo scritto. Dopo l'11 settembre il suo più grande timore era che i giovani non potessero viaggiare liberamente per il mondo come i giovani della sua generazione: questo timore non si è realizzato, i giovani viaggiano e si impegnano in progetti di aiuti sociali a chi è più in difficoltà; ma tutto accade in un clima di apatia verso ciò che sta accadendo: "quando penso all'enorme disavanzo del budget, al deficit della Social Security e ancor più al deficit ecologico che la nostra generazione sta rifilando loro, se non stanno ancora schiumando di rabbia significa soltanto che non vi prestano attenzione." Per questo motivo ha nominato la nostra generazione Generazione Q, dove Q sta per quieta: "ma la Generazione Q forse è troppo quieta, troppo online, per fare il proprio bene e quello del Paese." "L'America ha un grande bisogno della scossa dell'idealismo, dell'attivismo e dell'indignazione (deve pur esserci anch'essa) della Generazione Q. Ecco a che cosa servono i ventenni: ad accendere il fuoco sotto i piedi del Paese. Ma non potranno farlo via posto elettronica e una petizione online o un click di mouse per promuovere la neutralizzazione delle emissioni di gas serre non inciderebbero affatto. Devono organizzarsi in modo tale da costringere i politici a prestare loro attenzione". Ecco che l'obiettivo della critica di Friedman diventa chiaro: i giovani credono di poter far qualcosa attraverso l'uso del loro strumento privilegiato di comunicazione, internet, ma non si rendono conto che il potere non viene minimamente scalfito via internet, se a questo non segue un impegno "fisico": "L'attivismo può soltanto essere oggetto di un "upload" alla vecchia maniera da parte di giovani elettori che nei loro campus o a Washington Mall scendono in strada in massa per gridare al potere la loro verità. Faccia a faccia. La politica virtuale è, per l'appunto, soltanto questo: virtuale."
Prima di ragionare sulle conclusioni di Friedman vorrei soffermarmi sul problema iniziale: i giovani sono molto più ottimisti e idealisti di quello che dovrebbero essere, ma sono molto meno radicali e impegnati politicamente di quel che sarebbe necessario; e vorrei farlo proponendovi questo scritto:
L'uomo circuito dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già. In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze. Tuttavia, poiché uno dei compensi narcotici a cui ha diritto è l'evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito degli ideali tra lui e i quali si possa stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede però a far sì che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose. Insomma, egli si chiede di diventare un uomo con il frigorifero e un televisore da 21 pollici; in compenso gli si propone come ideale Kirk Douglas o Superman. L'ideale del consumatore di mass media è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare, ma che si diletta a impersonare fantasticamente, come si indossa per alcuni minuti davanti a uno specchio un abito altrui, senza neppur pensare di possederlo un giorno.
Questo scritto di Umberto Eco, Fenomenologia di Mike Bongiorno, risuona tanto attuale quanto è invece datato: 1961. Le cose oggi sono cambiate, ma nella sostanza lo schema interpretativo di Eco è, secondo me, sempre valido: anziché chiederti di avere il frigorifero, ti si chiede di comprare ogni due mesi l'ultimo modello della tecnologia telefonica o informatica e ti viene dato come sfogo la vita favolosa e "quasi possibile" di Veronica Mars o le fantasmagoriche avventure di Heroes: i modelli proposti non sono certo emulabili e tu lo sai, ma ti diletti a pensarti lì o colì, sfoghi così le tue ambizioni represse, e ritorni ad essere quello che vogliono che tu sia: un consumatore incallito, spasmodicamente in attesa dell'uscita del nuovo modello Nokia.
Si dirà, che c'entra Eco con Friedman? Beh la mia interpretazione è questa: l'ottimismo e l'idealismo continuano a sopravvivere, nonostante non si trovino buone e oggettive ragioni guardandosi intorno, nella dimensione virtuale, nel sogno ad occhi aperti: qui la realtà continua ad essere pessima, ma (evitando ogni possibile analisi rigorosa) prima o poi si aggiusterà, cambierà, migliorerà, io intanto metto una firma digitale qui, diffondo questa petizione, esprimo la mia indignazione sul mio blog e mi metto la coscienza a posto, nella realtà vera mi ammazzo di lavoro e studio per dare un senso ai debiti che hanno fatto i miei genitori per mandarmi al college: per sopravvivere e tirare avanti mi stordisco con la TV, i videogames o peggio ancora droghe.
Come uscirne? Con l'impegno. Impegno pratico, scendendo "in strada in massa per gridare al potere la nostra verità". Con questi propositi internet da madre del divertissement diventa uno strumento prezioso per mettere la gente in contatto e l'esperienza del V-day potrebbe essere qualcosa in quest'ottica. Ma l'impegno deve essere giornaliero e la pressione non deve essere allentata.
Io, intanto, sto pensando di andare a Roma, per la manifestazione del 20 ottobre, organizzata dalle sinistre per chiedere al Governo di attuare il programma, in quei punti a lungo colpevolmente trascurati:
-lavoro: dignità e sicurezza, cancellazione dello "scalone" Maroni e dei disastri della legge cosiddetta Biagi;
-sociale: riequilibrio della ricchezza, diritto al reddito e all'abitare;
-laicità: no discriminazioni di genere, legge sulle unioni civili;
-cittadinanza: chiusura dei Cpt, superamento della legge Bossi-Fini, diritti ai migranti;
-pace: taglio spese militari, no Dal Molin, ritiro dall'Afghanistan, no scudo stellare;
-ambiente: acqua pubblica, tutela e rispetto dell'ambiente;
-legalità: vera e seria lotta alla mafia.
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L’articolo si apre con due “autocitazioni” (da Il giorno della civetta e A ciascuno il suo), per sottolineare il suo da sempre attivo impegno nella lotta alla mafia (per quel che può competere a uno scrittore: denunciando il fenomeno nei suoi romanzi). Poi, rimproverando una storica disattenzione (all’epoca dei racconti: 1961 e 1966) alla problematica mafiosa, superata solo negli ultimi anni, con un eccessi nell’altro senso (retorica poco funzionale alla soluzione del problema), recensisce il libro La mafia durante il fascismo, di Christopher Duggan, uno dei primi libri che fanno uso di un vero metodo storiografico per parlare della mafia, citando fonti d’archivio. Nel suo lavoro Duggan porta avanti la tesi secondo cui l’operazione antimafia del prefetto Mori (iniziata nel 1926) sarebbe stata lo strumento di una lotta tra fazioni all’interno del Partito Nazionale Fascista. “L’antimafia”, continua Sciascia, “è stata allora strumento di una fazione […] per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile”; ma anche in un sistema democratico l’antimafia può essere “strumento di potere”, “retorica aiutando e spirito critico mancando”. E fa un esempio: “un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi […] come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra […], si può considerare come in una botte di ferro”; Ma “chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione” “a causa del suo scarso impegno amministrativo”, “correndo il rischio di essere marchiato come mafioso”? Infine tratta della promozione a Procuratore della Repubblica di Marsala di Paolo Borsellino, criticandone il criterio di nomina, ovvero “la particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare”. Conclude sottolineando il fatto “che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”.
Sciascia quindi apre ricordando il suo impegno contro la mafia, come a voler creare un solco tra lui (che ha fatto un certo tipo di antimafia) e gli altri (i “cosiddetti professionisti dell’antimafia”), questa precisazione può essere intesa come un’avvertenza: l’autore forse in previsione dello sconcerto che poteva provocare nell’opinione pubblica il suo articolo (soprattutto nella parte finale), intende chiarire da che parte sta ed è sempre stato. Per quel che riguarda l’analisi di Duggan, bisogna sottolineare che effettivamente l’antimafia fascista può essere intesa come un’operazione fazionaria, ma non bisogna dimenticare quanti mafiosi veri siano stati perseguiti dalla polizia e dalla magistratura in quel periodo. Parlando di “antimafia strumento di potere” e con l’esempio del sindaco antimafia, il riferimento è a Leoluca Orlando e alla sua antimafia populistica e plebiscitaria, funzionale all’accumulo del consenso, alla sua concezione della società civile che si affidava all’operato della magistratura esaltandola ed appoggiandosi acriticamente ad essa, tranne che per criticarla per aver tenuto nel cassetto presunti risultati scottanti delle indagini sulla mafia “politica” (accusa questa mossa da Orlando ed altri esponenti della Rete nel 1991, a cui Falcone rispose: “Orlando ormai ha bisogno della temperatura sempre più alta”, criticando la politica orlandiana che viveva della critica della vecchia politica, sicuramente in affari con la mafia).
Bisogna sottolineare il periodo, siamo nel 1987, appena un anno prima incominciò il maxiprocesso, la speranza nella “società civile” di sconfiggere o almeno ferire gravemente la mafia era grande, gli artefici di questo successo (fu infatti già un successo l’inaugurazione del processo, tenuto in un aula bunker con pareti antimissile, e preparato dai magistrati nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara) erano i magistrati del pool di Antonino Caponnetto, tra cui spiccavano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In questo contesto è comprensibile lo sconcerto che ha potuto provocare nell’opinione pubblica un attacco mirato come quello che Sciascia ha portato alla nomina di Borsellino a Procuratore di Marsala, considerati anche gli argomenti portati dal racalmutese che contestava il fatto che in un territorio infetto dalla mafia, venisse preferito un magistrato con esperienza nel settore piuttosto che il magistrato più anziano che però non aveva altrettanta esperienza. Sorprende anche il fatto che nelle due polemiche aperte da Sciascia, con Orlando e con Borsellino, il secondo venga nominato mentre il primo (su cui la contestazione di Sciascia, seppur impopolare, è meglio argomentata, trattandosi tra l’altro di un personaggio della politica, quindi criticabile sempre a ragione) no.
Per comprendere i motivi delle polemiche che ha aperto con il suo articolo, bisogna andare ad analizzare il suo pensiero. Una delle più importati tematiche della riflessione di Sciascia è l’etica pubblica: l’antimafia se ne configura come parte fondamentale . Nel racconto Una rosa per Matteo Lo Vecchio[1] il protagonista è un funzionario di polizia del Regno di Sicilia che prima è usato da questo per attaccare i privilegi della Chiesa, poi, scaricato dai suoi superiori, viene assassinato e nel dileggio generale gettato in un pozzo. Sciascia paragona il cadavere di Matteo Lo Vecchio al cadavere dello Stato, un’etica pubblica quindi dileggiata e relegata in un pozzo, che è presente solo in alcuni uomini che anticonformisticamente servono lo Stato secondo un ideale di Giustizia, nonostante gli ostacoli insormontabili posti da altri funzionari dello Stato, di uno Stato-potere che in Sicilia è connivente con la mafia. Questo è il quadro che traspare da romanzi come Il giorno della civetta, I pugnalatori e Porte aperte. Per capire meglio cosa Sciascia intendesse per mafia cito dall’Avvertenza all’edizione scolastica del Giorno della civetta[2] Di quegli anni (1973) è l’edizione italiana del saggio del sociologo tedesco Henner Hess prefato da Sciascia: Hess porta avanti la tesi che la mafia come organizzazione non esista, le cosche siano piccoli e fluidi gruppi costituiti da “una serie di relazioni a coppie che il mafioso intrattiene con persone tra di loro indipendenti”[3], sostiene quindi che non si può parlare di mafia come organizzazione ma come comportamento. del 1972: “ma la mafia […] è […] un ‘sistema’ che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel ‘vuoto’ dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma ‘dentro’ lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta.”
La contrapposizione tra Stato-giustizia e Stato-potere diventa problematica per Sciascia negli anni settanta, i cosiddetti “anni di piombo”. Egli tradizionalmente di sinistra (fu eletto al Consiglio Comunale di Palermo nel 1975 come indipendente in lista Pci) si trovò a dissentire dalla strategia varata dal Partito Comunista Italiano nel 1977, detta del “compromesso storico”. Egli riteneva che in Italia non c’era uno Stato vero (Stato-giustizia), quindi criticava l’identificazione che stavano facendo i comunisti con quella “caricatura” di Stato, per ragioni di “solidarietà nazionale”. Da ciò derivò una polemica con Giorgio Amendola che definì “vili” gli intellettuali italiani che si mostravano restii al dovere di difendere la Repubblica. In quegli anni Sciascia assunse una posizione “garantista”, critica verso tutti i poteri “speciali” e in ogni modo repressivi che potessero essere assunti dallo Stato. La sua più grande preoccupazione era di scongiurare una riduzione dei diritti, che avrebbe portato al rafforzamento dello Stato a discapito dei cittadini (ricordiamo l’assunto di partenza: che lo Stato che “comanda” non è lo Stato-giustizia, ma lo Stato-potere connivente con la mafia). Nonostante l’offensiva terroristica delle Brigate rosse Sciascia rifiuta di schierarsi per “lo Stato”. Una nuova polemica nasce col blitz napoletano del 1983 che demolisce la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, ma porta alla carcerazione dell’innocente Enzo Tortora: Sciascia affermò che gli inquirenti erano interessati soltanto ad accreditare i loro “teoremi” e che facessero un uso spregiudicato dei pentiti. Il caso Tortora dimostrava come la tecnologia investigativo-giudiziaria creata per combattere il terrorismo si stava trasferendo nella lotta alla criminalità organizzata, bisogna aggiungere che ci fu un contatto anche tra le due fenomenologie. In quel periodo era evidente che la violenza creava consenso, e che con questa si esercitava potere e si trattava con il potere. È anche con questa traccia interpretativa che possiamo comprendere la nuova strategia stragista della mafia.
Nel 1985 Leoluca Orlando diventa Sindaco di Palermo. Egli riteneva che la forza della mafia stesse nella sua organizzazione e nella disorganizzazione della società, quindi la soluzione del problema si poteva trovare col rafforzamento della società civile[4]. Il movimento raccolse dissidenti della Dc e del Pci, in aperta critica e contrapposizione con la classe dirigente precedente e al sistema dei partiti che in Sicilia era rappresentato dal “partito unico della spesa pubblica”[5]. Questa “società civile” diede il proprio appoggio a quella parte della magistratura che aveva denunciato il proprio isolamento dal sistema politico e dal resto del mondo giudiziario come una condanna a morte sulla propria testa. Sciascia restò molto critico nei confronti dell’esperimento orlandiano, che gli ricordava il tanto disprezzato compromesso storico (vista la compresenza di esponenti provenienti dalla Dc e dal Pci), e in generale l’esaltazione della magistratura e della repressione penale, nella sua prospettiva garantista, gli ricordava l’operazione antimafia di Cesare Mori, dalla comparazione dei suoi sermoni educativi nelle scuole con quelli del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ne criticò la richiesta di poteri “straordinari”, scrivendo dell’inadeguatezza dei suoi schemi interpretativi anche dopo il suo omicidio. Un altro motivo della critica di Sciascia all’antimafia dello Stato fu la legge La Torre-Rognoni che definiva l’”associazione di tipo mafioso” come reato in sé: dal punto di vista garantista era grave l’abbandono del concetto del carattere individuale della responsabilità penale. Il maxiprocesso aperto a Palermo nel febbraio del 1986 diede ulteriori spunti polemici: la “società civile” tornò a mobilitarsi appiattendosi però sulle strategie della Procura della Repubblica, sul fronte opposto si alzarono forti le proteste del mondo forense sull’uso dei pentiti, trattati alla stregua di “spie e delatori”[6]. Anche Michele Pantaleone, che insieme a Sciascia si era impegnato fortemente contro la mafia, avanzò molti dubbi nei confronti del pentitismo. Bisogna però specificare alcune cose riguardo al pentitismo: da sempre i mafiosi usano parlare con la polizia: sin dalla seconda metà dell’Ottocento i rapporti di polizia erano pieni di informazioni sulle cosche, e queste venivano da dentro l’organizzazione; il pentitismo, quindi, porta nel pubblico del tribunale, quindi in un ottica pienamente garantista, ciò che accadeva nel privato dei commissariati di polizia. Il pentito parla perché riconosce la deviazione della propria battaglia: non abiura i fini, ma critica i mezzi, il più delle volte la svolta violenta presa dalla propria attività (per esempio Buscetta parla della mafia come organizzazione con il compito di mantenere l’ordine, che contempla l’uso della violenza come extrema ratio, ma l’escalation di violenza che si ha con la scalata ai vertici della Commissione dei Corleonesi lo fa rendere conto del fallimento dell’organizzazione che si presentava come assicuratrice dell’ordine, ma che produceva solo eversivo disordine). La critica di Sciascia e Pantaleone però fu sicuramente positiva, col loro rifiuto dell’appiattimento sulla posizione dei pentiti che descrivevano una mafia “buona” di cui loro erano i rappresentanti oppressa e sovrastata dalla mafia “cattiva” dei Corleonesi, o che si dipingevano come “perdenti” come avversari del narcotraffico.
Sin qui si è cercato di descrivere il contesto culturale e le precedenti prese di posizione di Leonardo Sciascia al fine di meglio comprendere il senso del famoso articolo presentato in apertura. Dopo aver cercato di descrivere la natura dell’antimafia dello scrittore, che potremmo affermare mossa da un’etica pubblica impregnata da un forte ideale di Giustizia che si può realizzare solo nel rispetto dei diritti di ogni cittadino (il garantismo di Sciascia si potrebbe così riassumere), possiamo affermare che i ragazzi del “Comitato antimafia” che si sentirono traditi con la pubblicazione de I professionisti dell’antimafia, non avevano compreso il senso delle pubblicazioni di Sciascia.
Volendo fare, invece, dei giudizi a posteriori possiamo affermare che nell’ambito della battaglia al terrorismo e in quella alla mafia, non vennero incrinati i diritti degli individui e le pubbliche libertà, ciò però non testimonia totalmente a sfavore delle preoccupazioni di Sciascia, se pensiamo che contro il terrorismo fu invocata la pena di morte e contro la mafia la legge marziale (come fece Giorgio Bocca[7] nel 1989), quindi nell’ambito del dibattito democratico le polemiche garantiste impedirono una svolta di quel tipo. Nel caso dei pentiti si è già sottolineata l’importanza della critica contro l’appiattimento sulle loro versioni, ma non possiamo non constatare che l’uso dei pentiti da parte della giustizia (che è previsto anche in altri ordinamenti giudiziari come quello statunitense, e quindi non è un’anomalia italiana), si è rivelato condicio sine qua non per ottenere successi contro organizzazioni ben strutturate come quelle mafiose o terroristiche. Per quel che riguarda la concezione della mafia il maxiprocesso ha provato l’esistenza dell’organizzazione segreta Cosa Nostra.
Per concludere ritornando alla polemica con Amendola, possiamo interpretarla come sintomo delle contraddizioni della sinistra che si trovava per la prima volta a doversi esprimere in questioni di politica giudiziaria in un ottica di governo. Possiamo giudicare che nel merito ebbe ragione Amendola, non si poteva non condannare la strategia terroristica delle Brigate Rosse, ma nel metodo è da elogio il rifiuto di Sciascia della funzione pedagogica del partito, espressa nel discorso del dirigente comunista. Come Pier Paolo Pasolini, Sciascia rifiutò la figura dell’intellettuale organico, non si volle far condizionare dal timore di produrre conseguenze favorevoli al nemico politico: “se il concetto di intellettuale organico significa – e ha significato – che l’intellettuale è organico rispetto a un partito politico, io sono l’intellettuale più disorganico o anorganico che possa esistere. Comunque sono definizioni – organico, disorganico, inorganico – che mi irritano profondamente. Mi fanno pensare al concime. E di sicuro il problema può essere riassunto in quest’analogia: l’intellettuale organico è una specie di concime per la pianta politica. Al limite, preferisco essere la pianta piuttosto che il concime che la fa crescere”.[8]
[1] L. Sciascia, Una rosa per Matteo Lo Vecchio, in Id., La corda pazza, Einaudi, Torino, 1970
[2] L. Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, 1972
[3] H. Hess, Mafia, Laterza, Roma-Bari, 1991, p. 109
[4] Si veda il suo intervento in Sottosviluppo, potere culturale, mafia, a cura di E. Pintacuda, Quaderni universitari palermitani, Palermo, 1972, pp. 49-50
[5] Alleanze trasformistiche che in Sicilia si mascheravano per “patti autonomistici”
[6] Si veda il discorso del preside della facoltà di Giurisprudenza Giovanni Tranchina in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 1986, nella cronaca fattane da “L’Ora”, 30 gennaio 1986
[7] “La Repubblica”, 31 marzo 1989
[8] L. Sciascia, La Sicilia come metafora, intervista di Marcelle Padovani, Mondadori, Milano 1991 [1979], pag.84