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Utente: mirko1004
Nome: Mirko Pace
Studio Filosofia e Scienze Etiche all'Università di Palermo. Dal corso di laurea è evidente il mio φιλοσοφια. Mi interessa tantissimo scoprire-capire-sapere come-perché-cosa pensano le persone e come-perché funzionano le "cose" nel mondo. Mi indignano tantissimo le disparità e i soprusi, questa propensione mi ha fatto avvicinare tantissimo alla politica, che strettamente collegata con le tematiche-problematiche della cittadinanza è uno dei miei pensieri fissi.
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lunedì, 11 febbraio 2008

Lettera a Genovese

0IRC7QTP--130x150Ho inviato una mail a Francantonio Genovese (francantoniogenovese@yahoo.it), segretario regionale del PD in Sicilia. (A scanso di equivoci, e di mail non lette, ho inviato anche due fax ai numeri: 0906415771 e 0902920686). Ecco il testo:

Caro segretario,

    le scrivo per sollecitarla riguardo un problema che mi sta molto a cuore, e non solo a me certamente: la candidatura alla presidenza della Regione Sicilia, espressa dal centro-sinistra.

Sono un palermitano di ventun anni, e studio filosofia all'Università di Palermo.

 

Penso che per svariati motivi, sia da considerare una sola candidatura: quella di Rita Borsellino. La prima ragione è quella della legittimità: la Borsellino è stata scelta dagli elettori dell'Unione, alle scorse primarie. Essa soddisfa una delle condizioni di legittimità ed è anzi l'incarnazione di quella VERA novità rappresentata dalle elezioni primarie; ripeto, la VERA novità introdotta in questi anni dall'Ulivo-GAD-FED-Unione e adesso dal Partito Democratico. In quanto segretario in Sicilia del PD, non potrà sottovalutare l'importanza che questo strumento democratico ha per il suo partito. Si potrà dire che Rita Borsellino ha vinto le primarie per le elezioni regionali del 2006, e che questo non la rende automaticamente il candidato per queste nuove consultazioni. E qui vengo alle altre ragioni: Rita Borsellino in questo anno e mezzo di lavori all'Assemblea Regionale ha rappresentato il punto di riferimento per quel che riguarda il centro-sinistra in Sicilia. Il suo carisma è davvero in grado di attirare consensi e, soprattutto, partecipazione, amore per una nuova stagione di cambiamento per la Sicilia. Nonostante gli impegni all'ARS, ha continuato a girare la Sicilia, continuando a portare ovunque quella testimonianza di impegno e di lealtà che sono il tratto caratterizzante della sua esperienza politica. Prova di questo impegno sono l'esperienza di "un'altra storia" e il "viaggio in Sicilia" recentemente iniziato. E poi, caro segretario, Rita, sì, mi sento proprio di poterla chiamare unicamente per nome, e adesso le spiego perché; Rita dicevo, ha una capacità più unica che rara nel desolato panorama politico degli ultimi tempi: mi fa VERAMENTE sperare e mi fa VERAMENTE sognare. Rita è l'unico politico a cui io dono completamente la mia fiducia, e non per simpatia, non per populismo (che in me non attecchisce per niente: studio filosofia, e personalmente approfondisco le tematiche sociali, della cittadinanza e politiche; insomma, è difficile inFinocchiarmi), ma perché penso che 16 anni di battaglie e testimonianza VERA in giro per l'Italia, meritino tutta la mia fiducia.

Insomma, on.Genovese, è Rita l'unica candidata possibile per il centro-sinistra, è Rita l'unico trait-d'union tra il PD e il resto della sinistra, oggi più che mai dopo la scelta di Veltroni di correre da solo alle elezioni politiche.

Infine vorrei ricordarle l'Appello degli Intellettuali e degli artisti, che conta un numero sempre più grande di firme (le consulti lei stesso http://www.ritaborsellino.it/image2/appelloaltre.html)

 

Sperando che quest'appello non cada nel vuoto, porgo distinti saluti.

 

Mirko Pace

sabato, 09 febbraio 2008

Irritatevi

c5d0d27a16b998031aa5ec87e48948bbPenso che Rita Borsellino sia l'unico candidato legittimo del centro-sinistra alle regionali in Sicilia, in quanto premiato dalle primarie di due anni fa. Qualsiasi altro candidato (soprattutto qualsiasi altro candidato di establishment) evidenzierà la voglia del centro-sinistra siciliano, PD in primis, di non fare del male al centro-destra, e di mantenere cristallizzati i rapporti di forza già presenti sull'isola. Sulla destra trovate un bottone per firmare l'appello degli intellettuali e degli artisti in favore della candidatura di Rita Borsellino. Diamoci da fare ragazzi, io sono palermitano, e se non ci sono speranze per il governo nazionale, voglio proprio avere la possibilità di poter almeno immaginare che qualcosa cambi in questa martoriata e umiliata isola.

A questo proposito, ecco un link utile: unaltrastoria.net, io ho inviato la mail ad Anna Finocchiaro, e quella al PD. Bisogna fare qualcosa...
lunedì, 21 gennaio 2008

Dimissioni Cuffaro

Alessandra Siragusa mi ha inviato una mail in cui mi comunica che l'assemblea costituente del Partito Democratico Palermo ha deciso di presentare questa mozione:

Vista la recente sentenza di condanna del Presidente della Regione Siciliana Cuffaro

Considerato che il reato per il quale è stato condannato è stato perpetrato al fine di tutelare interessi privati di appartenenti a Cosa Nostra

Considerato che è acclarato che le prestazioni sanitarie offerte dalla clinica Villa Teresa di Bagheria di proprietà di Michele Ajello, uno dei condannati con la medesima sentenza, erano pagate dalla Regione ai tempi Ajello decine di volte di più del valore del mercato

Considerato quindi che il reato di favoreggiamento per cui Cuffaro è stato condannato è stato perpetrato ai danni delle siciliane e dei siciliani, sia sotto il profilo etico sia sotto quello economico

Considerato, pertanto, che la permanenza di Cuffaro nella carica di Presidente della regione costituisce un grave rischio per le siciliane e per i siciliani

Chiedono le immediate dimissioni di Cuffaro


Mi sembra una buona proposta. Certo non spero che a seguito di questa mozione Cuffaro si dimetta. Ma, considerando tutti gli attriti e le spaccature all'interno del centro destra all'assemblea regionale, non è detto che non ci scappi una bella crisetta per lo zio vasa-vasa.

C'è anche una petizione da firmare, per mettere un sostanzioso numero dietro la mozione.

lunedì, 14 gennaio 2008

Chiediamo i danni a Cosa Nostra!

Ho firmato questa petizione. Ne ho avuto notizia da Stefania Petyx, su Striscia la Notizia. Ho sentito lei, e soprattutto ho sentito i ragazzi di Ammazzatecitutti e Sonia Alfano. La Alfano, figlia di Beppe Alfano, gira le scuole e le piazze d'Italia per sensibilizzare i ragazzi, rispetto al problema mafia; in pratica è come se avesse raccolto il testimone lasciato da Rita Borsellino, che essendo deputata regionale, non può certo girare come faceva prima, anche se è di questi giorni il suo "Viaggio in Sicilia: un viaggio per ascoltare e per tirare le somme su un anno e mezzo di lavoro". (per capire il valore di Sonia Alfano, leggetevi il suo dialogo con Clemente Mastella, pubblicato su Micromega 6/2007)
Ritornando alla petizione, la condivido per lo più: il punto 3 della legge proposta non mi convince affatto:
"3. la stessa legge dovrà prevedere una piena assimilazione agli affiliati a Cosa Nostra, con la conseguente responsabilità solidale per danni verso la Regione Siciliana, dei pubblici amministratori condannati in via definitiva per favoreggiamento alla mafia."
Una proposta del genere, sottende una concezione dell'atteggiamento mafioso, piuttosto che della mafia. Mi spiego: se assimili chi aiuta la mafia, con i mafiosi (cioè affiliati a Cosa Nostra) è perché concepisci la mafia non come organizzazione, ma come atteggiamento, ethos, e quindi chi si comporta in un certo modo è mafioso.
Questo non aiuta certo né nei processi, né nello studio della mafia: perché se contestiamo il comportamento, allora
è più facile trovare contro-argomenti, tipo quello di Pitrè: è un atteggiamento tipico del siciliano, che esprime virilità e onore e appartenenza; omertà proviene da homo, si tratta quindi di un'espressione di virilità ...  e altre stronzate del genere, uscite dalla penna dell'importante etno-antropologo. Se la mafia è un atteggiamento, sarà facile anche affermare che la mafia non esiste, come hanno fatto e continuano a fare in molti (un esempio? Dell'Utri!).
Cosa Nostra è un associazione segreta di tipo massonico, il mafioso è l'affiliato a questa associazione, cioè è colui che dopo un rito d'iniziazione è stato accettato all'interno dell'associazione. Se non siamo tutti d'accordo su questa acquisizione minima, sarà difficile fare passi avanti nella lotta alla mafia.

PS: ho avuto poche risposte riguardo la mia proposta su università e libri. Date un'occhiata e ditemi che ne pensate, la prossima settimana incontrerò un rappresentante al consiglio di Facoltà, che ha detto che la proposta è interessante, per vedere quello che si può realmente (reale nel senso pieno della parola tedesca wirklich, cioè ciò che ha effetti) fare.
sabato, 13 ottobre 2007

Generazione Q

La Repubblica ha pubblicato l'11 ottobre un interessante articolo di Thomas L. Friedman. L'autore riflette sulla situazione giovanile, dopo un tour tra college americani. Egli si dice perplesso e impressionato:

"Sono impressionato perché sono molto più ottimisti e idealisti di quello che dovrebbero essere. Sono perplesso perché sono molto meno radicali e impegnati politicamente di quel che sarebbe necessario."

È questo il punto centrale del suo articolo, che esprime già dalle prime righe e sviluppa in tutto il suo scritto. Dopo l'11 settembre il suo più grande timore era che i giovani non potessero viaggiare liberamente per il mondo come i giovani della sua generazione: questo timore non si è realizzato, i giovani viaggiano e si impegnano in progetti di aiuti sociali a chi è più in difficoltà; ma tutto accade in un clima di apatia verso ciò che sta accadendo: "quando penso all'enorme disavanzo del budget, al deficit della Social Security e ancor più al deficit ecologico che la nostra generazione sta rifilando loro, se non stanno ancora schiumando di rabbia significa soltanto che non vi prestano attenzione." Per questo motivo ha nominato la nostra generazione Generazione Q, dove Q sta per quieta: "ma la Generazione Q forse è troppo quieta, troppo online, per fare il proprio bene e quello del Paese." "L'America ha un grande bisogno della scossa dell'idealismo, dell'attivismo e dell'indignazione (deve pur esserci anch'essa) della Generazione Q. Ecco a che cosa servono i ventenni: ad accendere il fuoco sotto i piedi del Paese. Ma non potranno farlo via posto elettronica e una petizione online o un click di mouse per promuovere la neutralizzazione delle emissioni di gas serre non inciderebbero affatto. Devono organizzarsi in modo tale da costringere i politici a prestare loro attenzione". Ecco che l'obiettivo della critica di Friedman diventa chiaro: i giovani credono di poter far qualcosa attraverso l'uso del loro strumento privilegiato di comunicazione, internet, ma non si rendono conto che il potere non viene minimamente scalfito via internet, se a questo non segue un impegno "fisico": "L'attivismo può soltanto essere oggetto di un "upload" alla vecchia maniera da parte di giovani elettori che nei loro campus o a Washington Mall scendono in strada in massa per gridare al potere la loro verità. Faccia a faccia. La politica virtuale è, per l'appunto, soltanto questo: virtuale."

Prima di ragionare sulle conclusioni di Friedman vorrei soffermarmi sul problema iniziale: i giovani sono molto più ottimisti e idealisti di quello che dovrebbero essere, ma sono molto meno radicali e impegnati politicamente di quel che sarebbe necessario; e vorrei farlo  proponendovi questo scritto:

 

L'uomo circuito dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già. In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze. Tuttavia, poiché uno dei compensi narcotici a cui ha diritto è l'evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito degli ideali tra lui e i quali si possa stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede però a far sì che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose. Insomma, egli si chiede di diventare un uomo con il frigorifero e un televisore da 21 pollici; in compenso gli si propone come ideale Kirk Douglas o Superman. L'ideale del consumatore di mass media è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare, ma che si diletta a impersonare fantasticamente, come si indossa per alcuni minuti davanti a uno specchio un abito altrui, senza neppur pensare di possederlo un giorno.

 

Questo scritto di Umberto Eco, Fenomenologia di Mike Bongiorno, risuona tanto attuale quanto è invece datato: 1961. Le cose oggi sono cambiate, ma nella sostanza lo schema interpretativo di Eco è, secondo me, sempre valido: anziché chiederti di avere il frigorifero, ti si chiede di comprare ogni due mesi l'ultimo modello della tecnologia telefonica o informatica e ti viene dato come sfogo la vita favolosa e "quasi possibile" di Veronica Mars o le fantasmagoriche avventure di Heroes: i modelli proposti non sono certo emulabili e tu lo sai, ma ti diletti a pensarti lì o colì, sfoghi così le tue ambizioni represse, e ritorni ad essere quello che vogliono che tu sia: un consumatore incallito, spasmodicamente in attesa dell'uscita del nuovo modello Nokia.

Si dirà, che c'entra Eco con Friedman? Beh la mia interpretazione è questa: l'ottimismo e l'idealismo continuano a sopravvivere, nonostante non si trovino buone e oggettive ragioni guardandosi intorno, nella dimensione virtuale, nel sogno ad occhi aperti: qui la realtà continua ad essere pessima, ma (evitando ogni possibile analisi rigorosa) prima o poi si aggiusterà, cambierà, migliorerà, io intanto metto una firma digitale qui, diffondo questa petizione, esprimo la mia indignazione sul mio blog e mi metto la coscienza a posto, nella realtà vera mi ammazzo di lavoro e studio per dare un senso ai debiti che hanno fatto i miei genitori per mandarmi al college: per sopravvivere e tirare avanti mi stordisco con la TV, i videogames o peggio ancora droghe.

Come  uscirne? Con l'impegno. Impegno pratico, scendendo "in strada in massa per gridare al potere la nostra verità". Con questi propositi internet da madre del divertissement diventa uno strumento prezioso per mettere la gente in contatto e l'esperienza del V-day potrebbe essere qualcosa in quest'ottica. Ma l'impegno deve essere giornaliero e la pressione non deve essere allentata.

Io, intanto, sto pensando di andare a Roma, per la manifestazione del 20 ottobre, organizzata dalle sinistre per chiedere al Governo di attuare il programma, in quei punti a lungo colpevolmente trascurati:

-lavoro: dignità e sicurezza, cancellazione dello "scalone" Maroni e dei disastri della legge cosiddetta Biagi;

-sociale: riequilibrio della ricchezza, diritto al reddito e all'abitare;

-laicità: no discriminazioni di genere, legge sulle unioni civili;

-cittadinanza: chiusura dei Cpt, superamento della legge Bossi-Fini, diritti ai migranti;

-pace: taglio spese militari, no Dal Molin, ritiro dall'Afghanistan, no scudo stellare;

-ambiente: acqua pubblica, tutela e rispetto dell'ambiente;

-legalità: vera e seria lotta alla mafia.

per info: http://www.20ottobre.org/, http://www.20ottobre-palermo.org/

sabato, 29 settembre 2007

Appello in difesa del P.M. di Catanzaro Luigi De Magistris

Ho ricevuto questo appello per una petizione in favore del pm De Magistris, non aggiungo nulla e pubblico:

Credevamo che l´uso reiterato e pilotato delle ispezioni ministeriali, i trasferimenti d´ufficio, i provvedimenti disciplinari, volti a mettere a tacere i magistrati scomodi fossero tutte prerogative del governo Berlusconi e del suo guardasigilli Castelli.

Non è così, e dopo l´attacco al Gip Clementina Forleo, la storia si ripete. Questa volta è il ministro Mastella del governo Prodi che cerca di zittire e allontanare un giudice scomodo. Con un dossier di 300 pagine confezionato dai suoi ispettori Mastella chiede al CSM il trasferimento in via cautelare e con procedura d´urgenza del p.m. De Magistris che sta conducendo una inchiesta delicata su un comitato d´affari composto da magistrati, politici, imprenditori e che tocca nomi eccellenti del centrodestra e del centrosinistra.

Ha scritto il giornalista Giuseppe D´Avanzo: «Luigi De Magistris è al lavoro per sollevare i coperchi di quelle pentole borbottanti dove si incrociano, protetti da una magistratura connivente, spaventata o conformista, gli interessi di istituzioni, amministrazioni, politica, imprenditoria, finanza. Un sistema che ha la pretesa di controllare tutti i finanziamenti pubblici che dall´Unione Europea piovono in una Calabria, che ha il vantaggio di essere «obiettivo 1» e attende negli anni 2007/2013 un flusso di danaro pari a 8 miliardi e mezzo di euro».

La Calabria ferita e oppressa dalla ´ndrangheta, la Calabria dei ragazzi di Locri, la Calabria degli onesti si ribella a questa decisione inconsulta!

Il Presidente Napolitano che è anche presidente del CSM e così prodigo di esternazioni non taccia questa volta, faccia sentire la sua voce a difesa di una magistratura autonoma e imparziale.

Luigi De Magistris ha dichiarato: «Mi sembra tutto impossibile, ma io sono sereno» .
Noi crediamo che invece tutto sia possibile e non siamo affatto sereni. Siamo indignati!

Per questo esprimiamo la nostra solidarietà al p.m. Luigi De Magistris.
Per questo chiediamo al CSM di respingere l´istanza del guardasigilli Mastella.
Per questo chiediamo a tutti gli italiani di firmare questo appello


FIRMIAMO IN DIFESA DI UNA MAGISTRATURA AUTONOMA E IMPARZIALE

fonte: liberacittadinanza, repubblica dei cittadini
martedì, 04 settembre 2007

La Catena di San Libero - n. 354

tratto da: www.riccardoorioles.org


“La mi tolga le mani di dosso! Lei ‘un ha diritto!”.
“Come non ho diritto! E’ vietato…”.
“Vietato cosa? Ora ‘un si può più parlare con un tale in istrada?”
“Parlare… Ma lei gli ha ha offerto di pulirgli il vetro…”.
“Icchè c’è di sbagliato? Perché, quando qualcuno le offre di venderle un telefonino in tivvù lei che fa, lo arresta?”.
“Sì, ma il sindaco…”.
“O guarda ‘he ora il sindaco vale di più di tutta la hostituzione, della repubblica e di tutti i nostri fondatori messi insieme! Ma la mi facci ridere!”.
“Signor Benigni, la prego…”.
“E voi ‘he ci avete da guardare tutti hosì, o grulli? Perché sono un attore? O perché invece ‘un fate folla anche quando se la pigliano hon un poveraccio qualunque? ‘Un siamo tutti uguali? E ‘un gli è Firenze, questa? O che credete, d’essere già tutti in Alabama?”.
La provocazione di Benigni si è conclusa in commissariato, dove – sempre tenendosi stretti il secchio e lo spazzolone di cui si era “armato” per la sua singolare protesta – il comico è stato infine condannato a duecento euri di multa.
“E io ‘un pago! Anzi, a quel bischero d’un sindaco, gli hiedo pure i danni civili! Hosì impara!”.
“Ma Benigni – gli abbiamo chiesto – c’era bisogno di tutto questo… clamore? Non poteva, chessò, andare in tv a un dibattito, sostenere normalmente le sue opinioni…”.
“Certo che no! Quando i tedeschi misero la stella gialla agli ebrei, sa che fece il re e la principessa e tutta la famiglia reale di Danimarca? Se ne scesero in piazza con una bella stella gialla sul corpetto! E tutti i danesi, via: stelle gialle! Hai voglia i tedeschi a arrestarli tutti quanti! Neanche un ebreo hanno potuto pigliare!”.
*

Questa, naturalmente, non è la realtà. Il povero Benigni, che abbiamo tirato in ballo per pura simpatia, in realtà continuava tranquillamente le sue tournèe, del tutto indifferente a questa sfiorentinizzazione di Firenze. E il Magnifico Rettore, gl’intellettuali, i poeti, gli artisti, i semplici fiorentini (che, in quanto tali, a tali categorie apparterrebbero un po’ tutti). Niente.
E i comunisti feroci, i livornesi, ad esempio? Dormivano pure loro, esattamente come i pisani o i lucchesi. Del resto, poche settimane fa, quando il sindaco – impietosito, o almeno colto da pudore, dalla strage di quattro zingarelli bruciati vivi – aveva sospeso non so che festa per lutto cittadino, a Livorno cuore rosso d’Italia, a Livorno “su venite compagni alla lotta”, a Livorno o non ti saltano fuori i commercianti a dichiarargli a muso duro: “Ma quali saracinesche abbassate. Ma lo sa quanto ci sosterebbe?”.

D’Avanzo, uno dei migliori giornalisti d’Italia, elenca i guai cui finalmente il Palazzo (“Un segnale di rinnovamento”) sta per porre rimedio: "Lavavetri, racket, pedofili, mafiosi”. E un altro dei giornalisti più democratici, Lerner: "Quel ricatto al semaforo che imbarbarisce le nostre vite".
A questo punto è inutile stare a chiedergli perché, ad esempio, nella vecchia Jugoslavia o ora in Spagna gli zingari stanno buoni e tranquilli senza rompere le scatole a nessuno. O perché nella civile Inghilterra i semplici vagabondi, fino al diciottesimo secolo, venivano impiccati a vista (oppure, negli altri secoli, deportati d’autorità in Australia o iin America). O perché lo stesso Carlo Marx, fra le bellissime pagine che scrisse sulla Comune di Parigi, non mancò di precisare orgogliosamente che i ladruncoli, gli operai, li fucilavano senz’altro.
C’è una paura antica, dei vagabondi e degli “zingari”, fra la gente “normale”. Noi sinistra eravamo nati anche per incivilire queste paure, per ragionare. Ma si capisce, è passato tanto tempo.
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Mondello (Palermo). Operai ghanese di sessantun anni ferito al volto dal cane da guardia nel residence dove lavorava. Prognosi una settimana, ricoverato al Civico.
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Amato: tolleranza zero, facciamo come in America ha fatto Giuliani.
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Gentilini: "Facciamoci giustizia da soli".
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Mi piace l’idea di Bossi dello sciopero delle lotterie. Sono una delle cose più berlusconiane che esistano (i Borboni erano dei berlusca con quarti di nobiltà) e anche se non sono contro il governo aderirò senz’altro. Veramente, se avesse voluto fare una cosa veramente elegante, avrebbe invitato i milanesi (che non esistono più: ora ci vivono i padani, come nel caro vecchio Veneto i nordestini) a fare lo sciopero del fumo: questo sì avrebbe fatto danno all’erario. Però non era possibile, perché uno sciopero delle sigarette i milanesi l’avevano già fatto più di un secolo fa, contro gli austriaci e a favore dell’Italia unita. Quindi secondo Bossi una bestemmia, da cancellare accuratamente dalle memorie cittadine.
(In realtà, lo sciopero più grandioso di tutti, quello che avrebbe fatto realmente collassare il sistema, sarebbe stato quello della cocaina. Ma questo ormai non può più chiederlo nessuno in Italia, né ai milanesi né ai romani né ad alcun’altra tribù del Belpaese).
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Per diffondere un’idea così semplice e ragionevole, Bossi ha dovuto tirar fuori il fucile, parlare di lotta armata, fare insomma il brigatista; spiegando poi che l’ha fatto per tener buoni i suoi elettori, che a quanto pare sono tutti bestie. In realtà, l’ha fatto semplicemente per i minuti di audience (l’Italia è una repubblica fondata sull’audience) che ogni affermazione del genere comporta. Come le due tizie che, per ottenere finalmente un incontro con Corona, non hanno esitare a falsificare una foto di un’amica morta, a spacciarla per prova decisiva, ecc. Le ragazzine vogliono fare le veline, a qualunque costo, e i politici vogliono fare i grandi leader, a qualunque costo. O forse anche i politici vogliono fare le veline. O forse è la stessa cosa.
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Durerà fino al 17 settembre a Bologna la 62esima Festa nazionale de l’Unità. Trattative sul brand. Nessuna dichiarazione dell’ex presidente del Consiglio d’Amministrazione, Gramsci.
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Miliardi bruciati, campagne bruciate. I miliardi di euri delle Borse, i boschi – e le vite umane – degli incendiari. Le facce lombrosiane dei pastori, e dei manager.
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Palermo. Nasce – finalmente - l'associazione antiracket. E’ una delle ultime città a farlo. Su diecimila commercianti palermitani, meno di duecento hanno aderito (in due anni) all’iniziativa di “Addio Pizzo”.
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Palermo. Il giudice Luca Tescaroli: "Va aggiuto che la tipologia delle indagini in questione si scontra con la scarsa cooperazione degli istituti di credito. Sarebbe allora utile inasprire i meccanismi sanzionatori di tipo finanziario nei confronti degli istituti di credito che omettono...".
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Catania. Tre attentati in cantiere allo stesso imprenditore, Andrea Vecchio. Ma, salvo i ragazzi di “Addiopizzo" e pochi altri, l’attenzione della città è prevalentemente rivolta all’inizio del campionato. Il Catania anche quest’anno giocherà nella massima serie, non ha ancora ammazzato nessun altro poliziotto ma ha già preso a calci l’allenatore di un’altra squadra.
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Saviano. Ancora sotto il tiro della camorra, nell’indifferenza complessiva degli intellettuali.
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Calabria, Europa. Ci sono voluti i morti di Duisburg per far accendere i riflettori su una realtà che da anni si sforzano di far comprendere i magistrati in prima linea come Salvatore Boemi, Nicola Gratteri o Luigi De Magistris. La ‘ndrangheta non uccide per faida, o almeno la faida non è quel residuo ancestrale che si crede: dietro ogni faida c’è un disegno ben preciso di controllo del territorio, di predominio sui traffici, di business insomma. La ‘ndrangheta dei pastori d’Aspromonte non esiste più da tempo. Ha fagocitato quasi tutto il tessuto commerciale delle città calabresi reinvestendo gli enormi profitti derivanti dal traffico (quasi in esclusiva) della cocaina.
"A Reggio Calabria - dice Repubblica - il settanta per cento dei commercianti della città paga il "pizzo"". Ma quando mai! Noi calabresi ormai siamo avanti rispetto a Palermo o a Napoli: il pizzo qui lo pagano solo quattro poveri cristi, visto che ormai la maggioranza dei principali esercizi commerciali sono controllati, direttamente o indirettamente, dalla ‘ndrangheta che così "mette in lavatrice" - grazie a un sistema bancario, diciamo così, disattento - il proprio denaro. Che diversamente non potrebbe essere utilizzato per acquistare intere catene di alberghi sulla riviera Adriatica, complessi edilizi in Costa Azzurra, ristoranti e catene di stores a Duisburg, a Monaco, a Montecarlo e in mezzo mondo.
E ci voleva la strage di Duisburg per accendere questi riflettori? Ma allora è proprio vero che i nostri incontri, dibattiti, convegni di denuncia sono solo un abbaiare alla luna.
Non sono passate due settimane dal bellissimo Meeting “Legalitàlia” organizzato proprio a Reggio Calabria dal movimento dei ragazzi di Locri “Ammazzateci tutti” e dalla costituenda Fondazione “Antonino Scopelliti”, dove s'è data appuntamento per una tre giorni di studio e di discussione sul fenomeno mafioso la “meglio gioventù” calabrese ed italiana, insieme a magistrati, docenti, giornalisti, uomini di Chiesa e d’impegno sociale. Per tre giorni ci siamo detti tutto, ma proprio tutto, quello che si sta dicendo in questi giorni sui giornali di tutta Europa. Evidentemente, come al solito, ci parlavamo addosso.
Prodi ha chiesto l’aiuto dei giovani calabresi per far nascere una nuova mentalità in una nuova Calabria. Voglio proprio vedere se veramente li chiamerà a Palazzo Chigi, fuori dalle segnalazioni e dai veti incrociati della sua maggioranza, e se darà loro gli strumenti per cominciare ad operare una vera ed efficace opera di educazione alla legalità che parta dai più piccoli e dalla strada.
C’è bisogno di strumenti straordinari, non di leggi straordinarie. E questi ragazzi di “Ammazzateci tutti” hanno dimostrato di averne di idee per combattere efficacemente questa battaglia, ed anche molto chiare. In Calabria non ci sono solo i mafiosi da una parte e le persone perbene dall’altra: c’è una situazione in cui l’area più pericolosa non è quella "nera" della ‘ndrangheta tradizionale, ma quella "grigia" delle collusioni e delle contiguità con pezzi delle istituzioni. Se non si recidono pubblicamente questi legami, allora sarà tutto fumo, come sempre.
Sarebbe importante (e forse decisivo) cominciare a dare un esempio proprio cogliendo l'occasione della nascita anche in Calabria del nuovo Partito Democratico. La mafia non si combatte solo con i proclami e con qualche posto di blocco, non verrà mai vinta se non si riuscirà a dare entusiasmo ai giovani, mostrar loro che conviene stare dalla parte giusta, ridare dignità a una politica qui ridotta a fango. Una casta che sputa in faccia ai disoccupati, con assunzioni parentali e clientelari negli uffici regionali, con "concorsoni" a numero chiuso riservati ai reggipanza della politica - alla faccia dei titoli e delle intelligenze degli altri disoccupati calabresi. E che poi si candida alle segreterie regionali dei partiti (Pd compreso).
O lo comprendiamo tutti, o non è il caso di perderci ulteriore tempo (e vite umane innocenti). Meglio dedicarsi alla testimonianza e continuare ad abbaiare alla luna. Almeno non ci dovrebbero ammazzare per chiuderci la bocca, come in Sicilia hanno fatto con Pippo Fava e Beppe Alfano.
Questo per il momento è tutto, connazionali italiani e cittadini europei, tutti drammaticamente, volenti o nolenti, in provincia di Reggio Calabria. Dalla regione della più grave strage di mafia che si ricordi, ma anche dalla regione del Consiglio Regionale con più consiglieri inquisiti d’Europa. [Giovanni Pecora]
Bookmark: www.legalitalia.org - Speciale Meeting
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Alla conquista dell'Iphone. Se compro una macchina, sono libero di modificarla, metterci alettoni e cerchi in lega, usare la benzina che preferisco o metterci un impianto a gas, cambiare il colore, l'impianto stereo o i coprisedili. Se compro un Apple Iphone devo tenermelo così com'è, perché qualcuno ha deciso che non posso guardarci dentro. In nome del principio di autodeterminazione nell'uso delle tecnologie (l'ho comprato, è mio e ci faccio quello che voglio) la comunità degli Hacker si è mobilitata per capire il funzionamento dei "telefoni con la mela", e obbligarli a fare quello che vogliono i loro proprietari anzichè quello che vuole Steve Jobs e gli azionisti della Apple.
Il lucchetto più grosso e fastidioso è quello dei cosiddetti DRM, i sistemi di gestione digitale dei diritti d'autore che possono decidere quante volte puoi ascoltare un brano o vedere un film prima che si autodistruggano e quali dispositivi sono abilitati alla riproduzione dei contenuti.
Alla guida dei "pirati" che stanno assaltando la corazzata Apple c'è un esponente della comunità Hacker noto agli appassionati di tecnologie e alle autorità federali Usa per essere stato il primo ad aggirare le protezioni dei Dvd, quando eravamo ancora costretti a usare Windows per poter vedere un film e non potevamo guardare sul nostro lettore europeo un film regolarmente acquistato negli Stati Uniti. Si tratta di "Dvd Jon", al secolo Jon Lech Johansen, un hacker norvegese che vuole sfidare la legge per affermare un principio molto semplice: l'Iphone è mio e lo uso con la compagnia telefonica che mi pare.
A dimostrazione che il mercato è tutt'altro che libero, Apple ha deciso che i suoi telefoni funzioneranno solamente per gli utenti della At&t e solo pagando cifre esorbitanti (36 dollari di attivazione e 60 dollari al mese per il piano tariffario più accessibile). Per scoraggiare queste pratiche monopolistiche e anticoncorrenziali serve a poco rivolgersi alle associazioni dei consumatori, men che meno ai vari garanti e authority che nella migliore delle ipotesi intervengono con esasperante lentezza. L'unica speranza sono gli Hacker, e la loro voglia di liberare le informazioni e le tecnologie. [carlo gubitosa]
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Ho appreso di essere fra i giornalisti spiati (come "principali siti del network telematico di delegittimazione del Premier") dai Pompieri. Una proposta pratica per il Comando Pompe: la prossima volta che dovete spiarmi, date i soldi a me e io mi registro da solo, da quando mi alzo la mattina a quando vado a letto la sera. Così voi risparmiate, io faccio qualche lira e al Pompa gli resta più tempo per andare a pompare altrove. [r.o.]
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Persone: Franco Carlini, genovese, 63 anni. Era stato fra i primi giornalisti italiani a parlare dell’internet, sul Manifesto e sul Corriere.
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esperito@libero.it wrote:
< Agli amici e poi a quelli che scrivo di solito, fra cui giornalisti. Oggi ho pianto. Oggi ho filmato e registrato un ragazzo picchiato dalla polizia, un ragazzino, un tossico, ferite, costola incrinata, ematomi e la faccia (siamo a brescia è ragazzi, la società civile). Vorrei dire: giornalisti esseri meschini, ma lo so, la paura sottomette. Non so cosa sarei io se la polizia venisse a minacciarmi, a picchiarmi. Cordiali Saluti >
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Giuseppe Palermo wrote:
< Cari amici, Ho ricevuto copia di un esposto alle autorità, presentato da un ragazzo di Isola delle Femmine (Pa), Pino Ciampolillo, che riferisce delle ripetute minacce da lui ricevute a seguito della sua opposizione ad uno dei programmi costruttivi, in variante al Prg ed in verde agricolo, di una delle cooperative che qui in Sicilia tutti ben conosciamo. Cercherò di informarmi meglio sui particolari di questa storia e di darne conto, ma anche così il quadro mi pare chiaro, e le foto pubblicate sul sito a cui si rinvia parlano da sé. Cerchiamo di non lasciare solo questo amico, scrivendogli e diffondendo il suo appello >
Bookmark: www.isolapulita.it
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Nando dalla Chiesa wrote:
< Come si ricorderanno i venticinque anni del Generale-Prefetto? Ci sarà uno spazio ampio su Left-Avvenimenti (non so ancora in che settimana). Quindi spiccherà la serata del 2 settembre alla festa nazionale dell'Unità a Bologna. Con Caselli, don Ciotti, Beppe Lumia e il sottoscritto. Voluta da Beppe Lumia, parlamentare Ds, al quale si deve la lunga serie di commemorazioni alle feste dell'Unità di questi anni. Beppe fu negli anni ottanta uno dei giovani siciliani ai quali idealmente si rivolse mio padre nei suoi ultimi cento giorni palermitani. E lui ha sentito per intero la responsabilità di ricordarlo nel corso dei decenni successivi. Il 3 sera a Roma, il generale-prefetto verrà invece ricordato alla Casa del jazz, nel bellissimo parco confiscato alla celebre banda della Magliana >
Bookmark: www.nandodallachiesa.it
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(Ci scusiamo per la lunga, e non volontaria, assenza. Ma non siamo stati in vacanza)
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venerdì, 20 luglio 2007

I professionisti dell'antimafia

Leonardo Sciascia il 10 gennaio 1987 pubblica sul “Corriere della Sera” l’articolo intitolato ai Professionisti dell’antimafia. Questo articolo produsse, tra i giovani del Coordinamento antimafia palermitano, sentimenti di rifiuto dell’autore, visto fino a quel momento come qualcuno “dalla loro parte”, al punto che si arrivò ad ingiuriarlo con quel termine reso celebre nel Giorno della civetta, ovvero “quaquaraquà”. Vediamo innanzitutto cosa ha scritto in questo articolo il celebre scrittore per provocare cotanta reazione, per poi andare a vedere il contesto in cui si collocano le affermazioni di Sciascia, e infine ricercarne i motivi attraverso una più accurata analisi del pensiero dell’autore di Racalmuto.

L’articolo si apre con due “autocitazioni” (da Il giorno della civetta e A ciascuno il suo), per sottolineare il suo da sempre attivo impegno nella lotta alla mafia (per quel che può competere a uno scrittore: denunciando il fenomeno nei suoi romanzi). Poi, rimproverando una storica disattenzione (all’epoca dei racconti: 1961 e 1966) alla problematica mafiosa, superata solo negli ultimi anni, con un eccessi nell’altro senso (retorica poco funzionale alla soluzione del problema), recensisce il libro La mafia durante il fascismo, di Christopher Duggan, uno dei primi libri che fanno uso di un vero metodo storiografico per parlare della mafia, citando fonti d’archivio. Nel suo lavoro Duggan porta avanti la tesi secondo cui l’operazione antimafia del prefetto Mori (iniziata nel 1926) sarebbe stata lo strumento di una lotta tra fazioni all’interno del Partito Nazionale Fascista. “L’antimafia”, continua Sciascia, “è stata allora strumento di una fazione […] per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile”; ma anche in un sistema democratico l’antimafia può essere “strumento di potere”, “retorica aiutando e spirito critico mancando”. E fa un esempio: “un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi […] come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra […], si può considerare come in una botte di ferro”; Ma “chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione” “a causa del suo scarso impegno amministrativo”, “correndo il rischio di essere marchiato come mafioso”? Infine tratta della promozione a Procuratore della Repubblica di Marsala di Paolo Borsellino, criticandone il criterio di nomina, ovvero “la particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare”. Conclude sottolineando il fatto “che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”.

Sciascia quindi apre ricordando il suo impegno contro la mafia, come a voler creare un solco tra lui (che ha fatto un certo tipo di antimafia) e gli altri (i “cosiddetti professionisti dell’antimafia”), questa precisazione può essere intesa come un’avvertenza: l’autore forse in previsione dello sconcerto che poteva provocare nell’opinione pubblica il suo articolo (soprattutto nella parte finale), intende chiarire da che parte sta ed è sempre stato. Per quel che riguarda l’analisi di Duggan, bisogna sottolineare che effettivamente l’antimafia fascista può essere intesa come un’operazione fazionaria, ma non bisogna dimenticare quanti mafiosi veri siano stati perseguiti dalla polizia e dalla magistratura in quel periodo. Parlando di “antimafia strumento di potere” e con l’esempio del sindaco antimafia, il riferimento è a Leoluca Orlando e alla sua antimafia populistica e plebiscitaria, funzionale all’accumulo del consenso, alla sua concezione della società civile che si affidava all’operato della magistratura esaltandola ed appoggiandosi acriticamente ad essa, tranne che per criticarla per aver tenuto nel cassetto presunti risultati scottanti delle indagini sulla mafia “politica” (accusa questa mossa da Orlando ed altri esponenti della Rete nel 1991, a cui Falcone rispose: “Orlando ormai ha bisogno della temperatura sempre più alta”, criticando la politica orlandiana che viveva della critica della vecchia politica, sicuramente in affari con la mafia).

Bisogna sottolineare il periodo, siamo nel 1987, appena un anno prima incominciò il maxiprocesso, la speranza nella “società civile” di sconfiggere o almeno ferire gravemente la mafia era grande, gli artefici di questo successo (fu infatti già un successo l’inaugurazione del processo, tenuto in un aula bunker con pareti antimissile, e preparato dai magistrati nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara) erano i magistrati del pool di Antonino Caponnetto, tra cui spiccavano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In questo contesto è comprensibile lo sconcerto che ha potuto provocare nell’opinione pubblica un attacco mirato come quello che Sciascia ha portato alla nomina di Borsellino a Procuratore di Marsala, considerati anche gli argomenti portati dal racalmutese che contestava il fatto che in un territorio infetto dalla mafia, venisse preferito un magistrato con esperienza nel settore piuttosto che il magistrato più anziano che però non aveva altrettanta esperienza. Sorprende anche il fatto che nelle due polemiche aperte da Sciascia, con Orlando e con Borsellino, il secondo venga nominato mentre il primo (su cui la contestazione di Sciascia, seppur impopolare, è meglio argomentata, trattandosi tra l’altro di un personaggio della politica, quindi criticabile sempre a ragione) no.

Per comprendere i motivi delle polemiche che ha aperto con il suo articolo, bisogna andare ad analizzare il suo pensiero. Una delle più importati tematiche della riflessione di Sciascia è l’etica pubblica: l’antimafia se ne configura come parte fondamentale . Nel racconto Una rosa per Matteo Lo Vecchio[1] il protagonista è un funzionario di polizia del Regno di Sicilia che prima è usato da questo per attaccare i privilegi della Chiesa, poi, scaricato dai suoi superiori, viene assassinato e nel dileggio generale gettato in un pozzo. Sciascia paragona il cadavere di Matteo Lo Vecchio al cadavere dello Stato, un’etica pubblica quindi dileggiata e relegata in un pozzo, che è presente solo in alcuni uomini che anticonformisticamente servono lo Stato secondo un ideale di Giustizia, nonostante gli ostacoli insormontabili posti da altri funzionari dello Stato, di uno Stato-potere che in Sicilia è connivente con la mafia. Questo è il quadro che traspare da romanzi come Il giorno della civetta, I pugnalatori e Porte aperte. Per capire meglio cosa Sciascia intendesse per mafia cito dall’Avvertenza  all’edizione scolastica del Giorno della civetta[2] Di quegli anni (1973) è l’edizione italiana del saggio del sociologo tedesco Henner Hess prefato da Sciascia: Hess porta avanti la tesi che la mafia come organizzazione non esista, le cosche siano piccoli e fluidi gruppi costituiti da “una serie di relazioni a coppie che il mafioso intrattiene con persone tra di loro indipendenti”[3], sostiene quindi che non si può parlare di mafia come organizzazione ma come comportamento. del 1972: “ma la mafia […] è […] un ‘sistema’ che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel ‘vuoto’ dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma ‘dentro’ lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta.”

La contrapposizione tra Stato-giustizia e Stato-potere diventa problematica per Sciascia negli anni settanta, i cosiddetti “anni di piombo”. Egli tradizionalmente di sinistra (fu eletto al Consiglio Comunale di Palermo nel 1975 come indipendente in lista Pci) si trovò a dissentire dalla strategia varata dal Partito Comunista Italiano nel 1977, detta del “compromesso storico”. Egli riteneva che in Italia non c’era uno Stato vero (Stato-giustizia), quindi criticava l’identificazione che stavano facendo i comunisti con quella “caricatura” di Stato, per ragioni di “solidarietà nazionale”. Da ciò derivò una polemica con Giorgio Amendola che definì “vili” gli intellettuali italiani che si mostravano restii al dovere di difendere la Repubblica. In quegli anni Sciascia assunse una posizione “garantista”, critica verso tutti i poteri “speciali” e in ogni modo repressivi che potessero essere assunti dallo Stato. La sua più grande preoccupazione era di scongiurare una riduzione dei diritti, che avrebbe portato al rafforzamento dello Stato a discapito dei cittadini (ricordiamo l’assunto  di partenza: che lo Stato che “comanda” non è lo Stato-giustizia, ma lo Stato-potere connivente con la mafia). Nonostante l’offensiva terroristica delle Brigate rosse Sciascia rifiuta di schierarsi per “lo Stato”. Una nuova polemica nasce col blitz napoletano del 1983 che demolisce la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, ma porta alla carcerazione dell’innocente Enzo Tortora: Sciascia affermò che gli inquirenti erano interessati soltanto ad accreditare i loro “teoremi” e che facessero un uso spregiudicato dei pentiti. Il caso Tortora dimostrava come la tecnologia investigativo-giudiziaria creata per combattere il terrorismo si stava trasferendo nella lotta alla criminalità organizzata, bisogna aggiungere che ci fu un contatto anche tra le due fenomenologie. In quel periodo era evidente che la violenza creava consenso, e che con questa si esercitava potere e si trattava con il potere. È anche con questa traccia interpretativa che possiamo comprendere la nuova strategia stragista della mafia.

Nel 1985 Leoluca Orlando diventa Sindaco di Palermo. Egli riteneva che la forza della mafia stesse nella sua organizzazione e nella disorganizzazione della società, quindi la soluzione del problema si poteva trovare col rafforzamento della società civile[4]. Il movimento raccolse dissidenti della Dc e del Pci, in aperta critica e contrapposizione con la classe dirigente precedente e al sistema dei partiti che in Sicilia era rappresentato dal “partito unico della spesa pubblica”[5]. Questa “società civile” diede il proprio appoggio a quella parte della magistratura che aveva denunciato il proprio isolamento dal sistema politico e dal resto del mondo giudiziario come una condanna a morte sulla propria testa. Sciascia restò molto critico nei confronti dell’esperimento orlandiano, che gli ricordava il tanto disprezzato compromesso storico (vista la compresenza di esponenti provenienti dalla Dc e dal Pci), e in generale l’esaltazione della magistratura e della repressione penale, nella sua prospettiva garantista, gli ricordava l’operazione antimafia di Cesare Mori, dalla comparazione dei suoi sermoni educativi nelle scuole con quelli del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ne criticò la richiesta di poteri “straordinari”, scrivendo dell’inadeguatezza dei suoi schemi interpretativi anche dopo il suo omicidio. Un altro motivo della critica di Sciascia all’antimafia dello Stato fu la legge La Torre-Rognoni che definiva l’”associazione di tipo mafioso” come reato in sé: dal punto di vista garantista era grave l’abbandono del concetto del carattere individuale della responsabilità penale. Il maxiprocesso aperto a Palermo nel febbraio del 1986 diede ulteriori spunti polemici: la “società civile” tornò a mobilitarsi appiattendosi però sulle strategie della Procura della Repubblica, sul fronte opposto si alzarono forti le proteste del mondo forense sull’uso dei pentiti, trattati alla stregua di “spie e delatori”[6]. Anche Michele Pantaleone, che insieme a Sciascia si era impegnato fortemente contro la mafia, avanzò molti dubbi nei confronti del pentitismo. Bisogna però specificare alcune cose riguardo al pentitismo: da sempre i mafiosi usano parlare con la polizia: sin dalla seconda metà dell’Ottocento i rapporti di polizia erano pieni di informazioni sulle cosche, e queste venivano da dentro l’organizzazione; il pentitismo, quindi, porta nel pubblico del tribunale, quindi in un ottica pienamente garantista, ciò che accadeva nel privato dei commissariati di polizia. Il pentito parla perché riconosce la deviazione della propria battaglia: non abiura i fini, ma critica i mezzi, il più delle volte la svolta violenta presa dalla propria attività (per esempio Buscetta parla della mafia come organizzazione con il compito di mantenere l’ordine, che contempla l’uso della violenza come extrema ratio, ma l’escalation di violenza che si ha con la scalata ai vertici della Commissione dei Corleonesi lo fa rendere conto del fallimento dell’organizzazione che si presentava come assicuratrice dell’ordine, ma che produceva solo eversivo disordine). La critica di Sciascia e Pantaleone però fu sicuramente positiva, col loro rifiuto dell’appiattimento sulla posizione dei pentiti che descrivevano una mafia “buona” di cui loro erano i rappresentanti oppressa e sovrastata dalla mafia “cattiva” dei Corleonesi, o che si dipingevano come “perdenti” come avversari del narcotraffico.

Sin qui si è cercato di descrivere il contesto culturale e le precedenti prese di posizione di Leonardo Sciascia al fine di meglio comprendere il senso del famoso articolo presentato in apertura. Dopo aver cercato di descrivere la natura dell’antimafia dello scrittore, che potremmo affermare mossa da un’etica pubblica impregnata da un forte ideale di Giustizia che si può realizzare solo nel rispetto dei diritti di ogni cittadino (il garantismo di Sciascia si potrebbe così riassumere), possiamo affermare che i ragazzi del “Comitato antimafia” che si sentirono traditi con la pubblicazione de I professionisti dell’antimafia, non avevano compreso il senso delle pubblicazioni di Sciascia.

Volendo fare, invece, dei giudizi a posteriori possiamo affermare che nell’ambito della battaglia al terrorismo e in quella alla mafia, non vennero incrinati i diritti degli individui e le pubbliche libertà, ciò però non testimonia totalmente a sfavore delle preoccupazioni di Sciascia, se pensiamo che contro il terrorismo fu invocata la pena di morte e contro la mafia la legge marziale (come fece Giorgio Bocca[7] nel 1989), quindi nell’ambito del dibattito democratico le polemiche garantiste impedirono una svolta di quel tipo. Nel caso dei pentiti si è già sottolineata l’importanza della critica contro l’appiattimento sulle loro versioni, ma non possiamo non constatare che l’uso dei pentiti da parte della giustizia (che è previsto anche in altri ordinamenti giudiziari come quello statunitense, e quindi non è un’anomalia italiana), si è rivelato condicio sine qua non per ottenere successi contro organizzazioni ben strutturate come quelle mafiose o terroristiche. Per quel che riguarda la concezione della mafia il maxiprocesso ha provato l’esistenza dell’organizzazione segreta Cosa Nostra.

Per concludere ritornando alla polemica con Amendola, possiamo interpretarla come sintomo delle contraddizioni della sinistra che si trovava per la prima volta a doversi esprimere in questioni di politica giudiziaria in un ottica di governo. Possiamo giudicare che nel merito ebbe ragione Amendola, non si poteva non condannare la strategia terroristica delle Brigate Rosse, ma nel metodo è da elogio il rifiuto di Sciascia della funzione pedagogica del partito, espressa nel discorso del dirigente comunista. Come Pier Paolo Pasolini, Sciascia rifiutò la figura dell’intellettuale organico, non si volle far condizionare dal timore di produrre conseguenze favorevoli al nemico politico: “se il concetto di intellettuale organico significa – e ha significato – che l’intellettuale è organico rispetto a un partito politico, io sono l’intellettuale più disorganico o anorganico che possa esistere. Comunque sono definizioni – organico, disorganico, inorganico – che mi irritano profondamente. Mi fanno pensare al concime. E di sicuro il problema può essere riassunto in quest’analogia: l’intellettuale organico è una specie di concime per la pianta politica. Al limite, preferisco essere la pianta piuttosto che il concime che la fa crescere”.[8]


[1] L. Sciascia, Una rosa per Matteo Lo Vecchio, in Id., La corda pazza, Einaudi, Torino, 1970

[2] L. Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, 1972

[3] H. Hess, Mafia, Laterza, Roma-Bari, 1991, p. 109

[4] Si veda il suo intervento in Sottosviluppo, potere culturale, mafia, a cura di E. Pintacuda, Quaderni universitari palermitani, Palermo, 1972, pp. 49-50

[5] Alleanze trasformistiche che in Sicilia si mascheravano per “patti autonomistici”

[6] Si veda il discorso del preside della facoltà di Giurisprudenza Giovanni Tranchina in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 1986, nella cronaca fattane da “L’Ora”, 30 gennaio 1986

[7] “La Repubblica”, 31 marzo 1989

[8] L. Sciascia, La Sicilia come metafora, intervista di Marcelle Padovani, Mondadori, Milano 1991 [1979], pag.84