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Utente: mirko1004
Nome: Mirko Pace
Studio Filosofia e Scienze Etiche all'Università di Palermo. Dal corso di laurea è evidente il mio φιλοσοφια. Mi interessa tantissimo scoprire-capire-sapere come-perché-cosa pensano le persone e come-perché funzionano le "cose" nel mondo. Mi indignano tantissimo le disparità e i soprusi, questa propensione mi ha fatto avvicinare tantissimo alla politica, che strettamente collegata con le tematiche-problematiche della cittadinanza è uno dei miei pensieri fissi.
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mercoledì, 12 agosto 2009

Un agire comune nel nome del Vangelo

La filosofia deve [...] tener fermo, sobriamente, che Dio non esiste e che è falso che vi sia un'anima immortale. Senza questo tener-fermo diventa teologia, comunque declinata. Solo il finito (tenuto-fermo) è la misura del finito. L'esistenza finita è la misura di tutte le cose poiché è il luogo ineludibile di ogni possibile discorrere, di ogni possibile domandare, di ogni possibile pensare. La ragione non solo non può dimostrare l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, ma può dimostrare che non. Perché la realtà più importante dovrebbe essere la più occulta? La infinite antinomie cui mette capo non sono già una smentita? Antropologia, storia e psicoanalisi non hanno delucidato in ogni piega radici e logica dei fenomeni religiosi? E la scienza non ci squaderna l'essere, le sue leggi e la sua storia senza bisogno di nessuna "ipotesi Dio"? La sofferenza (almeno dell'innocente) non è la prova capitale dell'impossibilità di un Dio buono?
Anche chi ritiene tutto ciò aproblematico fino all'ovvietà potrebbe però chiedere ragione di tanto "accanimento" ateo (e quanto mai "vetero") nel ribadire la falsità dei dogmi religiosi. E considerarlo addirittura sospetto: l'altra faccia di uno stesso (e insopprimibile) bisogno di fede, o addirittura il sintomo (in senso freudiano, per ironia e sovrammercato) di un disagio irrisolto dell'anima. Nulla di così interessante, in realtà. Più semplicemente, questa insistenza nasce da due motivi: che la filosofia è impegno critico per la verità, e se la trova non può fare a meno di pronunciarla: la preoccupazione di David Hume in punto di morte era che l'amico Adam Smith non desse alle stampe i Dialoghi sulla religione naturale. Insomma: la filosofia non può avere timore, né di Dio né del finito (il primo timore, sappiamo, occulta in genere il secondo).
Più importante ancora l'altro motivo. Solo a partire da una fede che riconosca l'ateismo della ragione, e che si proclami e pratichi perciò "quia absurdum" - follia per la ragione - è davvero possibile (oltre il dialogo e altre diplomazie) un agire comune fra uomo di fede e uomo del disincanto, e anzi un comune agire evangelico. Fino a che la religione pretenderà di essere (anche) verità di ragione, infatti (magari rimuovendo il confronto con la tradizione scettica e atea e privilegiando quello con le filosofie ermeneutiche), sarà ineludibile la sua tentazione di dettare legge al secolo. Per proporre i valori del Vangelo al secolo (e non imporli, che sarebbe ingiuria al Vangelo), l'uomo di fede deve abiurare la razionalità e verità (di ragione) della fede stessa.
I valori del Vangelo ("ama il prossimo tuo come te stesso", "il tuo dire sia sì sì, no no") sono il terreno autentico per un impegno comune - credenti e non-credenti - nella serietà dell'esistenza. Perché per l'uomo del disincanto e del finito -  questo è l'ateo - conta innanzitutto la scelta etica. E chi la condivide. La scelta. a prescindere dalla motivazione (a meno che la motivazione non annulli la scelta per feed-back, inquinandone la coerenza). Il disincanto non ha una sua morale, infatti. Solo una meta-morale che ci dice come ogni morale sia in definitiva infondabile, metta ineludibilmente capo a una scelta di valore prima che è decisione pura. Il disincanto ci intima solo di scegliere (e di essere coerenti, se la coeranza fa parte del nucleo di valori scelto): se per il tu e la solidarietà, cìoè per l'individuo irripetibile eguale in dignità, o se per l'ipertrofia dell'io e l'opprimere del privilegio, dunque per l'individuo replicante nel successo. Il disincanto non può compiere la scelta (si muterebbe in surragato della "legge naturale" e costituirebbe con ciò re-incanto), ma la addossa a ciascuno. Sotto questo profilo anche la scelta a partire dal disincanto (anziché dalla fede), non essendo vincolata dalla ragione ma proprio da essa gettata nella decisione, può essere intesa come "follia". Decisione, comunque, come decisione è la follia della fede. E se l'individuo del disincanto si decide per il primato del tu, per il "solitaire, solidaire", l'incontro con il cristiano in un agire comune dovrebbe venire da sé. Fin qunado cristiano vuol dire Vangelo, dunque follia per la ragione, e non Chiesa, dunque arroganza (o insopprimibile tentazione) di verità-potere.
Questo agire insieme -  credenti e non-credenti - per l'eguale dignità e la giustizia, implica dunque per il cristiano di oggi la lacerazione tra fede e Chiesa, tra obbedienza al Vangelo e obbedienza alla gerarchia. Ma per l'ateo esige qualcosa di assai più difficile da affrontare: il circolo vizioso per cui praticare la solidarietà effettiva e il primato del tu implica un dovere di sacrificarsi (perché l'eguale dignità non resti retorica) che riesce in genere solo se si ha fede in un Altro (inteso proprio come Dio padre). La pietra d'inciampo per il cristiano è la tentazione di dettare legge (in nome di una presunta "legge naturale" che coincide sempre, guarda caso, con la parola ex cathedra). La pietra d'inciampo per l'ateo è l'incapacità della carità.
Poiché di questo si può parlare, di questo non si deve tacere.



Paolo Flores d'Arcais, Ateismo e verità, in Joseph Ratzinger e P. Flores d'Arcais, Dio esiste?, il fondaco di MicroMega, supplemento al n. 2/2005 di MicroMega, pagg. 109-111
lunedì, 14 gennaio 2008

Chiediamo i danni a Cosa Nostra!

Ho firmato questa petizione. Ne ho avuto notizia da Stefania Petyx, su Striscia la Notizia. Ho sentito lei, e soprattutto ho sentito i ragazzi di Ammazzatecitutti e Sonia Alfano. La Alfano, figlia di Beppe Alfano, gira le scuole e le piazze d'Italia per sensibilizzare i ragazzi, rispetto al problema mafia; in pratica è come se avesse raccolto il testimone lasciato da Rita Borsellino, che essendo deputata regionale, non può certo girare come faceva prima, anche se è di questi giorni il suo "Viaggio in Sicilia: un viaggio per ascoltare e per tirare le somme su un anno e mezzo di lavoro". (per capire il valore di Sonia Alfano, leggetevi il suo dialogo con Clemente Mastella, pubblicato su Micromega 6/2007)
Ritornando alla petizione, la condivido per lo più: il punto 3 della legge proposta non mi convince affatto:
"3. la stessa legge dovrà prevedere una piena assimilazione agli affiliati a Cosa Nostra, con la conseguente responsabilità solidale per danni verso la Regione Siciliana, dei pubblici amministratori condannati in via definitiva per favoreggiamento alla mafia."
Una proposta del genere, sottende una concezione dell'atteggiamento mafioso, piuttosto che della mafia. Mi spiego: se assimili chi aiuta la mafia, con i mafiosi (cioè affiliati a Cosa Nostra) è perché concepisci la mafia non come organizzazione, ma come atteggiamento, ethos, e quindi chi si comporta in un certo modo è mafioso.
Questo non aiuta certo né nei processi, né nello studio della mafia: perché se contestiamo il comportamento, allora
è più facile trovare contro-argomenti, tipo quello di Pitrè: è un atteggiamento tipico del siciliano, che esprime virilità e onore e appartenenza; omertà proviene da homo, si tratta quindi di un'espressione di virilità ...  e altre stronzate del genere, uscite dalla penna dell'importante etno-antropologo. Se la mafia è un atteggiamento, sarà facile anche affermare che la mafia non esiste, come hanno fatto e continuano a fare in molti (un esempio? Dell'Utri!).
Cosa Nostra è un associazione segreta di tipo massonico, il mafioso è l'affiliato a questa associazione, cioè è colui che dopo un rito d'iniziazione è stato accettato all'interno dell'associazione. Se non siamo tutti d'accordo su questa acquisizione minima, sarà difficile fare passi avanti nella lotta alla mafia.

PS: ho avuto poche risposte riguardo la mia proposta su università e libri. Date un'occhiata e ditemi che ne pensate, la prossima settimana incontrerò un rappresentante al consiglio di Facoltà, che ha detto che la proposta è interessante, per vedere quello che si può realmente (reale nel senso pieno della parola tedesca wirklich, cioè ciò che ha effetti) fare.
sabato, 08 settembre 2007

V-DAY

Oggi, 8 settembre 2007, è il famoso V-day. Di che si tratta? Facciamocelo dire dallo stesso Grillo:

vday_logo"L'otto settembre sarà il giorno del Vaffanculo day, o V-Day. Una via di mezzo tra il D-Day dello sbarco in Normandia e V come Vendetta. Si terrà sabato otto settembre nelle piazze d'Italia, per ricordare che dal 1943 non è cambiato niente. Ieri il re in fuga e la Nazione allo sbando, oggi politici blindati nei palazzi immersi in problemi "culturali". Il V-Day sarà un giorno di informazione e di partecipazione popolare." Beppe Grillo

Si raccoglieranno le firme per la legge di iniziativa popolare "Parlamento Pulito", consistente in tre punti:
1- No ai 23 parlamentari condannati in Parlamento - Nessun cittadino italiano può candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado in attesa di giudizio finale.
2- No ai parlamentari  di professione da venti e trent'anni in Parlamento - Nessun cittadino italiano può essere eletto in Parlamento per più di due legislature. La regola è valida retroattivamente.
3- No ai parlamentari scelti dai segretari di partito - I candidati al Parlamento devono essere votati dai cittadini con la preferenza diretta.

Qualche riflessione, intanto sulla proposta di legge "Parlamento Pulito": ne condivido due punti su tre: mi lascia perplesso il primo, in quanto basterebbe una qualsiasi condanna per essere estromessi dalla vita politica; certo Berlusconi, Previti e co. sono una vergogna, ma qui, per una caratteristica negativa del Grillo di cui parlerò più avanti, si mettono sullo stesso piano tutti i reati e tutte le condanne: volete dire che è la stessa cosa una condanna di un Previti che corrompe i giudici per far vincere i processi a Berlusconi, e una condanna di un Caruso che si incatena ai binari di una ferrovia per protestare insieme alla popolazione di un Comune campano? Mi rifiuto di accettare questa equiparazione, e, se la legge non sarà più precisa nello specificare quali reati, non firmerò la proposta; tranneché i tre articoli vengano proposti separatamente: allora potrei firmare il secondo e il terzo che condivido pienamente: il limite di due legislature servirebbe a "svecchiare" la classe politica italiana, a tenerla in continuo rinnovamento e impedirebbe l'esistenza di "poltici di professione", in quanto il limite imposto impedirebbe di fare della politica l'unica professione: avremmo cittadini di ogni situazione lavorativa (docenti, imprenditori, lavoratori dipendenti, operai, pensionati, studenti, ecc...) che al lavoro principale affiancherebbero l'attività poltica con un vantaggio di democrazia e partecipazione. L'ultima proposta è il minimo che chiedo a una nuova riforma elettorale, cioé la preferenza, minimo segno di democrazia, in quanto i candidati sarebbero veramente scelti dai cittadini.

Diciamo che l'organizzazione e la partecipazione (che sembra debba essere molto alta, viste le adesioni) sono il sintomo di una grande voglia di partecipare (soprattutto giovanile, ma non solo) di una cittadinanza che non conosce cosa significhi partecipare, visto che in Italia questa parola è stata bandita dalla classe politica ormai da tanto tempo e visto che la popolazione italiana non si è certo distinta negli anni per grandi iniziative popolari autonome dai partiti (tranne i Girotondi); ma è anche sintomo di una voglia di partecipare a qualcosa di organizzato da altri, anzi no, da LUI, il divino Grillo, che raccoglie attorno a se migliaia di adulatori, pronti ad applaudirlo qualsiasi cosa esca dalla sua bocca. Ecco, diciamo che a me Beppe Grillo non sta affatto simpatico, per due sue peculiarità: il suo qualunquismo dirompente e la sua vena populista. Dire, per esempio, come dice lui in intestazione al V-Day, che dal 1943 non è cambiato nulla è fare del qualunquismo vero e proprio: certo il Gattopardo rimane sempre il miglior ritratto dell'Italia dall'Ottocento ad oggi, ma è fare cattiva informazione e cattiva storia affermare che dal '43 la situazione è la stessa, e non sto neanche a dimostrare il perché. Stesso dicasi per l'articolo 1 della legge "Parlamento Pulito": si mette tutto nello stesso calderone.

In conclusione, non posso che vedere il V-Day come un'iniziativa positiva, nonostante i distinguo che ho fatto, vista la situazione terminale in cui versa l'etica pubblica in questo paese, spero che la partecipazione sia alta, visto che si stanno organizzando tante occasioni di informazione libera, spero che si possano firmare i tre articoli separatamente affinché i possa firmare il 2 e il 3, e spero di poter andare questo pomeriggio alle 18 alla Tonnara Bordonaro, dove verrà presentato (sempre all'interno dell'ambito del V-Day) Italiopoli, l'ultimo libro di Oliviero Beha (uno dei giornalisti che stimo di più), che sarà presente insieme al magistrato Antonio Ingroia.

Ultima info: a Palermo il V-Day è a Piazza Politeama, dalle 10 alle 20.
sabato, 21 luglio 2007

La politica è ancora un valore? (2)

In realtà, il peso delle religioni è direttamente proporzionale al venir meno della politica come pratica capace di fornire un orizzonte di aspettativa e di senso alle persone. Le religioni hanno riguadagnato spazio pubblico proprio in quanto la politica è indietreggiata. Ma qui occorre precisare. Quelle che si presentano oggi sotto il sembiante di religioni hanno ormai ben poco da spartire con l'autentica esperienza della fede: sono piuttosto dei fattori di identificazione e di appartenenza che surrogano la funzione un tempo svolta dalle ideologie. L'epoca della mondializzazione [...] ha una forma dominante di conflitto: il conflitto identitario. L'ossessione identitaria è il vero male, la vera patologia del mondo globalizzato.

Giacomo Marramao, tratto da La politica è ancora un valore?, op. cit., pag.101-102