Mirko

confronto, informazione, politica, socialità, cultura

Chi sono

Utente: mirko1004
Nome: Mirko Pace
Studio Filosofia e Scienze Etiche all'Università di Palermo. Dal corso di laurea è evidente il mio φιλοσοφια. Mi interessa tantissimo scoprire-capire-sapere come-perché-cosa pensano le persone e come-perché funzionano le "cose" nel mondo. Mi indignano tantissimo le disparità e i soprusi, questa propensione mi ha fatto avvicinare tantissimo alla politica, che strettamente collegata con le tematiche-problematiche della cittadinanza è uno dei miei pensieri fissi.
25 ottobre 2008, Giornata dello Sbattezzo Firma l'Appello Sbattezzamoci con l'UAAR NO CENSURA!

Commenti recenti

Categorie

11settembre
aborto
accanimento terapeutico
adams gerry
addiopizzo
adinolfi mario
afghanistan
agnosticismo
agostino dippona
ahmadinejad mahmadou
aids
ajello michele
alagna roberto
alchimia
alchimista
alex zanotelli
alfano beppe
alfano sonia
alleanza nazionale
ambiente
amendola giorgio
amicizia
ammazzatecitutti
amnesty international
amore
andò salvo
anguillesi roberta
anima
annozero
annunciazione
ansa
antimafia
appartenenza
appello
aprileonline
arci
argentina
aristotele
armi
arte
arte contemporanea
asilo
assolutismo
assoluto
astrologo
astronomia
ateismo
ateismo e verità
attesa
attualità
australia
autocertificazione
autocrazia
autonomi
a ciascuno il suo
ὕβρις
babha jacqueline
balla giacomo
bambini
banche
beha oliviero
benedetto xvi
benigni roberto
benvenuto
berlusconi silvio
bibbia
bindi rosy
binetti paola
blog
blogday2007
bocca giorgio
borsellino paolo
borsellino rita
bossi umberto
bowie david
brasile
brigate rosse
burocrazia
buscetta tommaso
bush george w
calcio
camilleri andrea
cammarata diego
camorra
campanella francesco
caramuta ersilia
carlini franco
caruso francesco
casablanca
casta
catania
catanzaro
catena
censura
centro-destra
centro-sinistra
chiesa
cia
cilicio
cina
cini marcello
citazioni
cittadinanza
cittadino
clandestini
clinton hillary
colombo furio
colonialismo
compensazione
condom
confindustria
conflitto dinteressi
consenso
consiglio dei ministri
consumatori
controllo
controllo sociale
copernico
copyleft
corleone
corriere della sera
cosa nostra
costituzione
creatività
crisi
crocifisso
csm
cuffaro salvatore
culi
cultura
cutolo raffaele
dalla chiesa carlo alberto
dalla chiesa nando
davanzo giuseppe
dc
ddl mastella
decameron
deficit
democratic party
democrazia
de magistris luigi
diario
dibattito
differenza di genere
dio
dio esiste
diritti
diritti umani
discriminazione
divenire
divertimento
divertissement
di pietro antonio
dogma
domenici leonardo
donazione
duggan christopher
duisburg
eccitazione
ecologia
economia
eco umberto
educazione
edwards john
elezioni
el sueño de la razón produce m
emotività
emozioni
empire
england
ermeneutica
esempio
esistenza
esistenzialismo
esperienza
etica
etica pubblica
euro
eutanasia
falcone
falcone giovanni
fascismo
fava giuseppe
fede
fenomenologia di mike bongiorno
ferrara giuliano
fiducia
filosofia
firenze
flores darcais paolo
fmi
folwell
forza italia
foto
fo dario
friedman thomas
futurimo
galilei galileo
garforth town
gay
generazione q
genovese francantonio
gentilini giancarlo
giornale di sicilia
giornalismo
giovani
golpe bianco
governo
goya francisco
granata fabio
grassi libero
greci
grillo beppe
guerra
gulag
guzzanti sabina
hacker
hegel gwf
hess henner
hiv
hume david
idee
identificazione
identità
ideologia
il giornale
il giorno della civetta
imparare democrazia
impegno
indignazione
individuo
informazione
inghilterra
intercettazioni
internet
intimidazione
io
iphone
istruzione
i fiori blu
Άριστοτέλης
Πλάτων
επιστήμη
jonas hans
kant immanuel
kasabian
korogocho
kucinich dennis
la7
laicità
lamb david
lavavetri
lavoro
la nausea
la repubblica
la russa ignazio
la sapienza
la torre pio
legalità
legge 194
legge 40
legge di iniziativa popolare
leggi-vergogna
leggi ad-personam
leggo
lepidezze postribolari
lerner gad
lettera
lettera sulla tolleranza
le figarò
libera
liberacittadinanza
libertà
libertà di opinione
libri
liste civiche
locke john
london
londra
lunità
luttazzi daniele
mafia
magistrati
magistratura
manifesto del futurismo
marinetti filippo tommaso
maroni roberto
marramao giacomo
marx karl
maschera
mass media
mastella clemente
matrimonio
metafisica
metodo
micromega
migranti
monarchia
mondello
morale
morire
mori cesare
morte
musica
mussi fabio
napolitano giorgio
nato
ndrangheta
news
nichilismo
noto
no dal molin
obama barack
oconnor john
omosessualità
opus dei
orgoglio
orioles riccardo
orlando leoluca
oro
ospedali
ospitalità
otto per mille
p2
pace
paideia
palazzo
palermo
pannella marco
pantaleone michele
pardi pancho
parlamento
parlamento pulito
partecipazione
partito democratico
pasolini pierpaolo
passato
paternalismo
pci
pena di morte
pensieri
pentiti
per la pace perpetua
pessimismo
petizione
petrolio
petyx stefania
pietra filosofale
pirani
pitrè giuseppe
pizzo
platone
pnf
politica
pompa pio
porta a porta
potere
preservativo
primarie
prodi romano
prolegomeni
protagora
protesta
pubblica amministrazione
queen thomas
queneau raymond
racket
radioaut
ragione
rai
rame franca
ratzinger joseph
ravera lidia
realtà in sé
regno unito
relativismo
relazioni
relazioni interpersonali
religione
repubblica
republican party
responsabilità
ricerca
ricordi
riflessioni
rifondazione comunista
riforma
riso
romani
romano prodi
ru486
russia
sangue
sanità
sanlibero
sansa ferruccio
santoro michele
satira
satre jean-paul
satta antonio
saviano roberto
scalfari eugenio
scarpino salvatore
scelta
scetticismo
sciascia leonardo
scienza
scritti edificanti
scuola
selva gustavo
senato
sentimenti
servizi segreti
sicilia
sidney
sigonella
sinistra
sinn féin
siragusa alessandra
sismi
sky
sofferenza
sopra il detto comune
sottoscrizione
spesa pubblica
spinoza baruch
stalinismo
stato
stelle
striscia la notizia
studenti
tabacco
tabucchi antonio
tagliavia grazia
talebani
tamaro susanna
tanguy cédric
tecnica
telejato
teodem
teologia
terzo mondo
the supermen
times
tito
tolleranza
tommaso daquino
tortora enzo
tosti luigi
trattato teologico-politico
travaglio marco
tribunali
turchia
tv
uaar
udeur
uguaglianza
uk
una rosa per matteo lo vecchio
unesco
unità
united kingdom
università
usa
utile
utilitarismo
v-day
vaffanculo
valore
valori
val di noto
vangelo
vaticano
vauro
vecchio andrea
vegetti mario
velocità dautomobile
veltri elio
veltroni walter
venezuela
verdi
verità
verità assoluta
veto
viaggi
viaggio
vicenza
video
villabate
vita
voltaire
welby piergiorgio
welcome
welfare
wikipedia
williams duncan
youtube
zagrebelsky gustavo
zingari

Partecipano

Foto recenti

Blog video: Kasabian - Empire
Vedi altri media

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

Heracleum blog & web tools
mercoledì, 02 settembre 2009

Libertà e paternalismo

1) La libertà dell'individuo in quanto uomo. Io esprimo il suo principio per la costituzione di un corpo comune nella formula seguente:

"Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo (come cioè egli si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo, in guisa che la sua libertà possa coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale (cioè non leda questo diritto degli altri)".

Un governo fondato sul principio della benevolenza verso il popolo, come il governo di un padre verso i figli, cioè un governo paternalistico (imperium paternale) in cui i sudditi, come figli minorenni che non possono distinguere ciò che è loro utile o dannoso, sono costretti a comportarsi solo passivamente, per aspettare che il capo dello Stato giudichi in qual modo essi devono essere felici, e ad attendere solo dalla sua bontà che egli lo voglia, è il peggior dispotismo che si possa immaginare (reggimento che toglie ogni libertà ai sudditi, i quali non hanno quindi alcun diritto).

 

Immanuel Kant, Sopra il detto comune: "questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica" (Über den Gemeinspruch: Das mag in der Theorie richtig sein, taugt aber night für die Praxis), 1793

mercoledì, 12 agosto 2009

Un agire comune nel nome del Vangelo

La filosofia deve [...] tener fermo, sobriamente, che Dio non esiste e che è falso che vi sia un'anima immortale. Senza questo tener-fermo diventa teologia, comunque declinata. Solo il finito (tenuto-fermo) è la misura del finito. L'esistenza finita è la misura di tutte le cose poiché è il luogo ineludibile di ogni possibile discorrere, di ogni possibile domandare, di ogni possibile pensare. La ragione non solo non può dimostrare l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, ma può dimostrare che non. Perché la realtà più importante dovrebbe essere la più occulta? La infinite antinomie cui mette capo non sono già una smentita? Antropologia, storia e psicoanalisi non hanno delucidato in ogni piega radici e logica dei fenomeni religiosi? E la scienza non ci squaderna l'essere, le sue leggi e la sua storia senza bisogno di nessuna "ipotesi Dio"? La sofferenza (almeno dell'innocente) non è la prova capitale dell'impossibilità di un Dio buono?
Anche chi ritiene tutto ciò aproblematico fino all'ovvietà potrebbe però chiedere ragione di tanto "accanimento" ateo (e quanto mai "vetero") nel ribadire la falsità dei dogmi religiosi. E considerarlo addirittura sospetto: l'altra faccia di uno stesso (e insopprimibile) bisogno di fede, o addirittura il sintomo (in senso freudiano, per ironia e sovrammercato) di un disagio irrisolto dell'anima. Nulla di così interessante, in realtà. Più semplicemente, questa insistenza nasce da due motivi: che la filosofia è impegno critico per la verità, e se la trova non può fare a meno di pronunciarla: la preoccupazione di David Hume in punto di morte era che l'amico Adam Smith non desse alle stampe i Dialoghi sulla religione naturale. Insomma: la filosofia non può avere timore, né di Dio né del finito (il primo timore, sappiamo, occulta in genere il secondo).
Più importante ancora l'altro motivo. Solo a partire da una fede che riconosca l'ateismo della ragione, e che si proclami e pratichi perciò "quia absurdum" - follia per la ragione - è davvero possibile (oltre il dialogo e altre diplomazie) un agire comune fra uomo di fede e uomo del disincanto, e anzi un comune agire evangelico. Fino a che la religione pretenderà di essere (anche) verità di ragione, infatti (magari rimuovendo il confronto con la tradizione scettica e atea e privilegiando quello con le filosofie ermeneutiche), sarà ineludibile la sua tentazione di dettare legge al secolo. Per proporre i valori del Vangelo al secolo (e non imporli, che sarebbe ingiuria al Vangelo), l'uomo di fede deve abiurare la razionalità e verità (di ragione) della fede stessa.
I valori del Vangelo ("ama il prossimo tuo come te stesso", "il tuo dire sia sì sì, no no") sono il terreno autentico per un impegno comune - credenti e non-credenti - nella serietà dell'esistenza. Perché per l'uomo del disincanto e del finito -  questo è l'ateo - conta innanzitutto la scelta etica. E chi la condivide. La scelta. a prescindere dalla motivazione (a meno che la motivazione non annulli la scelta per feed-back, inquinandone la coerenza). Il disincanto non ha una sua morale, infatti. Solo una meta-morale che ci dice come ogni morale sia in definitiva infondabile, metta ineludibilmente capo a una scelta di valore prima che è decisione pura. Il disincanto ci intima solo di scegliere (e di essere coerenti, se la coeranza fa parte del nucleo di valori scelto): se per il tu e la solidarietà, cìoè per l'individuo irripetibile eguale in dignità, o se per l'ipertrofia dell'io e l'opprimere del privilegio, dunque per l'individuo replicante nel successo. Il disincanto non può compiere la scelta (si muterebbe in surragato della "legge naturale" e costituirebbe con ciò re-incanto), ma la addossa a ciascuno. Sotto questo profilo anche la scelta a partire dal disincanto (anziché dalla fede), non essendo vincolata dalla ragione ma proprio da essa gettata nella decisione, può essere intesa come "follia". Decisione, comunque, come decisione è la follia della fede. E se l'individuo del disincanto si decide per il primato del tu, per il "solitaire, solidaire", l'incontro con il cristiano in un agire comune dovrebbe venire da sé. Fin qunado cristiano vuol dire Vangelo, dunque follia per la ragione, e non Chiesa, dunque arroganza (o insopprimibile tentazione) di verità-potere.
Questo agire insieme -  credenti e non-credenti - per l'eguale dignità e la giustizia, implica dunque per il cristiano di oggi la lacerazione tra fede e Chiesa, tra obbedienza al Vangelo e obbedienza alla gerarchia. Ma per l'ateo esige qualcosa di assai più difficile da affrontare: il circolo vizioso per cui praticare la solidarietà effettiva e il primato del tu implica un dovere di sacrificarsi (perché l'eguale dignità non resti retorica) che riesce in genere solo se si ha fede in un Altro (inteso proprio come Dio padre). La pietra d'inciampo per il cristiano è la tentazione di dettare legge (in nome di una presunta "legge naturale" che coincide sempre, guarda caso, con la parola ex cathedra). La pietra d'inciampo per l'ateo è l'incapacità della carità.
Poiché di questo si può parlare, di questo non si deve tacere.



Paolo Flores d'Arcais, Ateismo e verità, in Joseph Ratzinger e P. Flores d'Arcais, Dio esiste?, il fondaco di MicroMega, supplemento al n. 2/2005 di MicroMega, pagg. 109-111
venerdì, 22 febbraio 2008

...

la_giustizia_viene_amministCosterà un anno di reclusione al giudice del Tribunale di Camerino l’essersi rifiutato di fare udienze in aule dove era presente il crocifisso. Il Tribunale dell’Aquila ha così giudicato la protesta di Luigi Tosti nel 2006, accusandolo di omissione in atti d’ufficio e interruzzione di pubblico servizio. Il legale del giudice ha definito « ingiusta la sentenza perché togliere il crocifisso non significa offendere i cristiani ma consentire che le aule diventino varamente laiche e neutrali». Per la legge l’esposizione dei simboli religiosi nei luoghi pubblici (scuole, seggi, aule giudiziarie), che in Italia ha fatto discutere, non è in contrasto con i principi di uguaglianza dei cittadini, come pensano. «Il crocifisso non va rimosso - sottolinea l’alta corte amministrativa - ha una funzione simbolica altamente educativa, che prescinde la religione professata, è infatti un simbolo idoneo ad esprimere il fondamento dei valori civili».

fonte: uaar, leggo
martedì, 15 gennaio 2008

14 novembre 2007

Signor Rettore, apprendo da una nota del primo novembre dell'agenzia di stampaApcom che recita: «è cambiato il programma dell'inaugurazione del 705esìmo Anno Accademico dell'università di Roma La Sapienza, che in un primo momento prevedeva la presenza del ministro Mussi a ascoltare la Lectio Magistralis di papa Benedetto XVI». Il papa «ci sarà, ma dopo la cerimonia di inaugurazione, e il ministro dell'Università Fabio Mussi invece non ci sarà più».

Come professore emerito dell'università La Sapienza - ricorrono proprio in questi giorni cinquanta anni dalla mia chiamata a far parte della facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali su proposta dei fisici Edoardo Amaldi, Giorgio Salvini e Enrico Persico - non posso non esprimere pubblicamente la mia indignazione per la Sua proposta, comunicata al Senato accademico il 23 ottobre, goffamente riparata successivamente con una toppa che cerca di nascondere il buco e al tempo stesso ne mantiene sostanzialmente l'obiettivo politico e mediatico.

Non commento il triste fatto che Lei è stato eletto con il contributo determinante di un elettorato laico. Un cattolico democratico - rappresentato per tutti dall'esempio di Oscar Luigi Scalfaro nel corso del suo settennato di presidenza della Repubblica - non si sarebbe mai sognato di dimenticare che dal 20 settembre del 1870 Roma non è più la capitale dello stato pontificio. Mi soffermo piuttosto sull'incredibile violazione della tradizionale autonomia delle università - da più 705 anni incarnata nel mondo da La Sapienza dalla Sua iniziativa.

Sul piano formale, prima di tutto. Anche se nei primi secoli dopo la fondazione delle università la teologia è stata insegnata accanto alle discipline umanistiche, filosofiche, matematiche e naturali, non è da ieri che di questa disciplina non c'è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli stati non confessionali. Ignoro lo statuto dell'università di Ratisbona dove il professor Ratzinger ha tenuto la nota lectio magistralis sulla quale mi soffermerò più avanti, ma insisto che di regola essa fa parte esclusivamente degli insegnamenti impartiti nelle istituzioni universitarie religiose. I temi che sono stati oggetto degli studi del professor Ratzinger non dovrebbero comunque rientrare nell'ambito degli argomenti di una lezione, e tanto meno di una lectio magistralis tenuta in una università della Repubblica italiana. Soprattutto se si tiene conto che, fin dai tempi di Cartesio, si è addivenuti, per porre fine al conflitto fra conoscenza e fede culminato con la condanna di Galileo da parte del Santo ufficio, a una spartizione di sfere di competenza tra l'Accademia e la Chiesa. La sua clamorosa violazione nel corso dell'inaugurazione dell'anno accademico de La Sapienza sarebbe stata considerata, nel mondo, come un salto indietro nel tempo di trecento anni e più.

Sul piano sostanziale poi le implicazioni sarebbero state ancor più devastanti. Consideriamole partendo proprio dal testo della lectio magistralis del professor Ratzinger a Ratisbona, dalla quale presumibilmente non si sarebbe molto discostata quella di Roma. In essa viene spiegato chiaramente che la linea politica del papato di Benedetto XVI si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenza fra fede e conoscenza non vale più: «Nel profondo.., si tratta - cito testualmente - dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'infima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio».

Non insisto sulla pericolosità di questo programma dal punto di vista politico e culturale: basta pensare alla reazione sollevata nel mondo islamico dall'accenno alla differenza che ci sarebbe tra il Dio cristiano e Allah - attribuita alla supposta razionalità del primo in confronto all'imprevedibile irrazionalità del secondo - che sarebbe a sua volta all'origine della mitezza dei cristiani e della violenza degli islamici. Ci vuole un bel coraggio sostenere questa tesi e nascondere sotto lo zerbino le Crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell'Inquisizione che i cristiani hanno regalato al mondo. Qui mi interessa, però, il fatto che da questo incontro tra fede e ragione segue una concezione delle scienze come ambiti parziali di una conoscenza razionale più vasta e generale alla quale esse dovrebbero essere subordinate. «La moderna ragione propria delle scienze naturali - conclude infatti il papa - con l'intrinseco suo elemento platonico, porta in sé un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda {sui perché di questo dato di fatto) esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali a altri livelli e modi del pensare - alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi a essa significherebbe una riduzione inaccetabile del nostro ascoltare e rispondere».

Al di là di queste circonlocuzioni (i corsivi sono miei) il disegno mostra che nel suo nuovo ruolo l'ex capo del Sant'uffizio non ha dimenticato il compito che tradizionalmente a esso compete. Che è sempre stato e continua a essere l'espropriazione della sfera del sacro immanente nella profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano da parte di una istituzione che rivendica l'esclusività della mediazione fra l'umano e il divino. Un'appropriazione che ignora e svilisce le innumerevoli differenti forme storiche e geografiche di questa sfera così intima e delicata senza rispetto per la dignità personale e l'integrità morale di ogni individuo.

Ha tuttavia cambiato strategia. Non potendo più usare roghi e pene corporali ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato l'effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga. Non esagero. Che altro è, tanto per fare un esempio, l'appoggio esplicito del papa dato alla cosiddetta teoria del Disegno Intelligente se non il tentativo - condotto tra l'altro attraverso una maldestra negazione dell'evidenza storica, un volgare stravolgimento dei contenuti delle controversie interne alla comunità degli scienziati e il vecchio artificio della caricatura delle posizioni dell'avversario - di ricondurre la scienza sotto la pseudo-razionalità dei dogmi della religione? E come avrebbero dovuto reagire i colleghi biologi e i loro studenti di fronte a un attacco più o meno indiretto alla teoria danwiniana dell'evoluzione biologica che sta alla base, in tutto il mondo, della moderna biologia evolutiva?

Non desco a capire, quindi, le motivazioni della Sua proposta tanto improvvida e lesiva dell'immagine de La Sapienza nel mondo. Il risultato della Sua iniziativa, anche nella forma edulcorata della visita del papa (con «un saluto alla comunità universitaria») subito dopo una inaugurazione inevitabilmente clandestina, sarà comunque che i giornali del giorno dopo titoleranno (non si può pretendere che vadano tanto per il sottile): «Il Papa inaugura l'Anno Accademico dell'Università La Sapienza».

Congratulazioni, signor Rettore. Il Suo ritratto resterà accanto a quelli dei Suoi predecessori come. simbolo dell'autonomia, della cultura e del progresso delle scienze.

Marcello Cini

www.aprileonline.info

giovedì, 04 ottobre 2007

Lo spirito di Voltaire

VoltaireMa per disgrazia c'era lì un animaletto in berreto quadrato, che tagliò la parola in bocca a tutti gli animaletti filosofi; disse che lui conosceva tutto il segreto, cha la risposta si trovava nella Somma di san Tommaso; guardò dall'alto in basso i due abitanti celesti; gli dimostrò che le loro persone e i loro mondi e i loro soli e le loro stelle, tutto era fatto esclusivamente per l'uomo. A quel discorso i nostri due viaggiatori si rotolarono l'uno sull'altro, soffocati da quell'inestinguibile riso che al dire di Omero è appannaggio degli dèi; spalle e ventre andavano e venivano; [...] Il Siriano ripigliò i vermiciattoli; gli parlò ancora con molta bontà, benché in fondo al cuore fosse un pochino scocciato che quegli esseri infinitamente piccoli avessero un orgoglio quasi infinitamente grande.

Micromega, in Voltaire, Micromegas - L'Ingenuo, BUR, 2002 Milano-Padova, pagg.50-51
lunedì, 01 ottobre 2007

1. La fede in qualcosa

    La democrazia è relativistica, non assolutistica. Essa, come istituzione d'insieme e come potere che da essa promana, non ha fedi o valori assoluti da difendere, a eccezione di quelli sui quali essa stessa si basa: nei confronti dei principî democratici, la pratica democratica non può essere relativistica. La democrazia deve cioè credere in se stessa e non lasciar correre sulle questioni di principio, quelle che riguardano il rispetto dell'uguale dignità di tutti gli esseri umani e dei diritti che ne conseguono e il rispetto dell'uguale partecipazione alla vita politica e delle procedura relative. Ma al di là di questo nucleo, essa è relativistica nel senso preciso della parola, cioè nel senso che i fini e i valori sono da considerare relativi a coloro che li propugnano e, nella loro varietà, tutti ugualmente legittimi. Democrazia e verità assoluta, democrazia e dogma, sono incompatibili. La verità assoluta e il dogma valgono non nelle società democratiche, ma in quelle autocratiche.
    Dal punto di vista del singolo, invece, relativismo significa che 'tutto è relativo', che una cosa vale l'altra, cioè che nulla ha un valore. In questo senso - insisto, dal punto di vista dei singoli - relativismo equivale a nichilismo o scetticismo. Ora, mentre il relativismo dell'insieme è condizione necessaria della democrazia perché consente a tutti di far valere i propri valori, nichilismo o scetticismo diffusi nella società ne rappresentano una minaccia. Se non si ha fede in nulla, perché difendere una forma di governo rispetto a un'altra; in particolare, una forma di governo come la democrazia che presuppone l'aspirazione dei singoli a promuovere e affermare le proprie posizioni e convinzioni? Per chi non crede in nulla, democrazia e autocrazia pari sono. [...]
    Rallegriamoci dunque se la democrazia, come insieme, è relativistica e non sposa fini e valori assoluti. Solo così la società può esprimere liberamente e responsabilmente i propri. In questo non sta il difetto ma l'orgoglio dell'Occidente democratico. Chi se ne duole e ritiene che, invece di rappresentare valori diffusi e plurimi, la democrazia come tale debba avere la sua verità indiscutibile, all'occorrenza da imporre ai dissenzienti anche con la forza o con mezzi fraudolenti, contraddice la democrazia stessa. Non si può volere la democrazia e al contempo irretirla in dogmi. Impegniamoci, però, in ogni luogo della società, per scuotere l'apatia, promuovere ideali, programmi e, perché no, utopie collettive. Tutto ciò non è affatto un pericolo ma, al contrario, è la linfa, la condizione necessaria della vita democratica.

Gustavo Zagrebelsky, Imparare democrazia, Einaudi, Torino-Trento 2007, pagg.15-18.