La filosofia deve [...] tener fermo, sobriamente, che Dio non esiste e che è falso che vi sia un'anima immortale. Senza questo tener-fermo diventa teologia, comunque declinata. Solo il finito (tenuto-fermo) è la misura del finito. L'esistenza finita è la misura di tutte le cose poiché è il luogo ineludibile di ogni possibile discorrere, di ogni possibile domandare, di ogni possibile pensare. La ragione non solo non può dimostrare l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, ma può dimostrare che non. Perché la realtà più importante dovrebbe essere la più occulta? La infinite antinomie cui mette capo non sono già una smentita? Antropologia, storia e psicoanalisi non hanno delucidato in ogni piega radici e logica dei fenomeni religiosi? E la scienza non ci squaderna l'essere, le sue leggi e la sua storia senza bisogno di nessuna "ipotesi Dio"? La sofferenza (almeno dell'innocente) non è la prova capitale dell'impossibilità di un Dio buono?
Anche chi ritiene tutto ciò aproblematico fino all'ovvietà potrebbe però chiedere ragione di tanto "accanimento" ateo (e quanto mai "vetero") nel ribadire la falsità dei dogmi religiosi. E considerarlo addirittura sospetto: l'altra faccia di uno stesso (e insopprimibile) bisogno di fede, o addirittura il sintomo (in senso freudiano, per ironia e sovrammercato) di un disagio irrisolto dell'anima. Nulla di così interessante, in realtà. Più semplicemente, questa insistenza nasce da due motivi: che la filosofia è impegno critico per la verità, e se la trova non può fare a meno di pronunciarla: la preoccupazione di David Hume in punto di morte era che l'amico Adam Smith non desse alle stampe i Dialoghi sulla religione naturale. Insomma: la filosofia non può avere timore, né di Dio né del finito (il primo timore, sappiamo, occulta in genere il secondo).
Più importante ancora l'altro motivo. Solo a partire da una fede che riconosca l'ateismo della ragione, e che si proclami e pratichi perciò "quia absurdum" - follia per la ragione - è davvero possibile (oltre il dialogo e altre diplomazie) un agire comune fra uomo di fede e uomo del disincanto, e anzi un comune agire evangelico. Fino a che la religione pretenderà di essere (anche) verità di ragione, infatti (magari rimuovendo il confronto con la tradizione scettica e atea e privilegiando quello con le filosofie ermeneutiche), sarà ineludibile la sua tentazione di dettare legge al secolo. Per proporre i valori del Vangelo al secolo (e non imporli, che sarebbe ingiuria al Vangelo), l'uomo di fede deve abiurare la razionalità e verità (di ragione) della fede stessa.
I valori del Vangelo ("ama il prossimo tuo come te stesso", "il tuo dire sia sì sì, no no") sono il terreno autentico per un impegno comune - credenti e non-credenti - nella serietà dell'esistenza. Perché per l'uomo del disincanto e del finito - questo è l'ateo - conta innanzitutto la scelta etica. E chi la condivide. La scelta. a prescindere dalla motivazione (a meno che la motivazione non annulli la scelta per feed-back, inquinandone la coerenza). Il disincanto non ha una sua morale, infatti. Solo una meta-morale che ci dice come ogni morale sia in definitiva infondabile, metta ineludibilmente capo a una scelta di valore prima che è decisione pura. Il disincanto ci intima solo di scegliere (e di essere coerenti, se la coeranza fa parte del nucleo di valori scelto): se per il tu e la solidarietà, cìoè per l'individuo irripetibile eguale in dignità, o se per l'ipertrofia dell'io e l'opprimere del privilegio, dunque per l'individuo replicante nel successo. Il disincanto non può compiere la scelta (si muterebbe in surragato della "legge naturale" e costituirebbe con ciò re-incanto), ma la addossa a ciascuno. Sotto questo profilo anche la scelta a partire dal disincanto (anziché dalla fede), non essendo vincolata dalla ragione ma proprio da essa gettata nella decisione, può essere intesa come "follia". Decisione, comunque, come decisione è la follia della fede. E se l'individuo del disincanto si decide per il primato del tu, per il "solitaire, solidaire", l'incontro con il cristiano in un agire comune dovrebbe venire da sé. Fin qunado cristiano vuol dire Vangelo, dunque follia per la ragione, e non Chiesa, dunque arroganza (o insopprimibile tentazione) di verità-potere.
Questo agire insieme - credenti e non-credenti - per l'eguale dignità e la giustizia, implica dunque per il cristiano di oggi la lacerazione tra fede e Chiesa, tra obbedienza al Vangelo e obbedienza alla gerarchia. Ma per l'ateo esige qualcosa di assai più difficile da affrontare: il circolo vizioso per cui praticare la solidarietà effettiva e il primato del tu implica un dovere di sacrificarsi (perché l'eguale dignità non resti retorica) che riesce in genere solo se si ha fede in un Altro (inteso proprio come Dio padre). La pietra d'inciampo per il cristiano è la tentazione di dettare legge (in nome di una presunta "legge naturale" che coincide sempre, guarda caso, con la parola ex cathedra). La pietra d'inciampo per l'ateo è l'incapacità della carità.
Poiché di questo si può parlare, di questo non si deve tacere.
Paolo Flores d'Arcais, Ateismo e verità, in Joseph Ratzinger e P. Flores d'Arcais, Dio esiste?, il fondaco di MicroMega, supplemento al n. 2/2005 di MicroMega, pagg. 109-111
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Le insanabili antinomie della teodicea nascondono - e raccontano - la nostra sovranità assoluta sulla norma, e il terrore che ci ispira il poterlo (ri)conoscere. La norma, il dover-essere (il Sollen), non esiste in natura. Nasce con l'uomo, che ha creato nella sua storia infinite norme, fra loro contraddittorie e incompatibili. [...] Possiamo perciò decidere di dichiarare una norma incivile (a partire da un criterio anch'esso normativo, scelto dall'uomo, qui e ora), non già innaturale, una volta che un qualsiasi gruppo sociale nella storia di quell'ente di natura che è l'Homo sapiens ne abbia fatta la propria norma. L'espressione "natura umana", altrimenti, escluderebbe tutti gli esseri umani (quegli enti di natura, le "scimmie nude", venuti al mondo per evoluzione, che tutti noi siamo) tranne coloro che condividono le nostre norme.
L'uomo è dunque il creatore e signore della norma. Ma trova intollerabile il peso di questa responsabilità abissale. Riconoscersi padrone e signore della norma vuol dire, infatti, sapere il cosmo come vuoto di senso, e il proprio esser-ci come tentativo - necessità e rischio sempre sul baratro dello scacco - di dare senso a ciò che per natura non lo ha mai già (l'esistenza, semplice evento nella storia insensata dell'universo). Questo individualmente. Ma la norma, che l'uomo crea, è innanzi tutto lo strumento che organizza la coerenza sociale, poiché gli istinti nella "scimmia nuda" non sono più cogenti ma aperti, altamente plastici, e non discriminano tra comportamenti-sì e comportamenti-no. Ora, lo spartiacque - vincolante ed efficace - tra comportamenti-sì e comportamenti-no è essenziale perché vi sia azione di gruppo, con-vivenza (e sopravvivenza). Al gruppo, che sostituisce il branco, è necessaria la norma come surrogato vincolante degli istinti non più cogenti. Ma perché il gruppo sia, tale norma deve essere incontestabile, non può essere "di qualcuno" in contrapposizione a "qualcun altro", poiché la coesione del gruppo sarebbe minata in radice dal confliggere delle volontà. In origine la norma, perciò, non può essere pronunciatada nessuno, ma attribuita all'Origine, al Sacro, a Dio, e da tutti ripetuta come Immutabile.
E dunque: né individualmente né socialmente possiamo sopportare di essere cià che siamo, creatori e signori della norma. Dobbiamo immaginare che la norma ci venga dall'Altro (dall'Alto, dal Prima), e che l'unica nostra responsabilità consista nel non violarla. Responsabilità limitata, tollerabile, maneggiabile. Il male nasce dalla violazione (dalla Disobbedienza originaria!), ogni male è anzi prova di una colpa, sacrifici riti e punizioni possono espiarla e "liberarci" dal male.
Così, nascondendoci di essere i creatori - ex nihilo - della norme (cioè del bene e del male, benché non della sofferenza, che è anche della scimmia senza aggettivi e dell'animale in genere), non solo eludiamo l'angoscia intollerabile di un universo privo di senso, ma possiamo dare senso addirittura alla sofferenza, a ciò che "istintivamente" suona in-sensato: il male, ora compreso come punizione per una violazione. Del tutto trasparente e niente affatto imperscrutabile, perciò. Enigmatico, il rapporto fra male e giustizia, diviene solo in seguito, quando il sacro cessa di impregnare ogni fibra della realtà e dell'esistenza, e diventa religione e Dio (tanto più se Dio uno e padre). Quando cioè il dubbio e la domanda sul senso e sulla norma (sul potere e sull'essere) ha rotto gli ormeggi del sacro onnipervasivo delle società che precedono lo Stato. Anche allora e finché possibile - tuttavia e perciò - l'uomo continuerà a considerare il male come "giusta" punizione della disobbedienza (e alla fine, colpa originaria per disobbedienza originaria), a dispetto di ogni antinomia che il dispiegarsi dell'interrogare porti alla luce. La teoria del peccato originale - interpretazione della storia dell'Eden molte generazioni dopo Gesù - deve paralizzare proprio questo interrogare. Immunizzare rispetto ad esso.
Ma la colpa originaria è disobbedienza a una norma vuota di contenuto, che chiede solo obbedienza (al creatore della norma). La colpa originaria è dunque solo il rifiuto di permanere in quella norma che è Dio stesso, la sua volontà priva di contenuto, pura, che chiede obbedienza. La colpa originaria è dunque l'oscura consapevolezza del nostro creare la norma (conoscerete il bene e il male e sarete come Dio). Meglio, lo strumento con cui impedire che quel nostro fare venga a consapevolezza. Per evitare di ri-conoscerlo per quello che è - il nostro creare la norma - decidiamo di conoscerlo per quello che non è e che non ammette ulteriori indagini: Colpa. Dunque, la storia della colpa come disobbedienza senza contenuto (disobbedienza alla richiesta di Dio di non disobbedirlo) ci dice che Dio è il nome della norma la cui creazione (da parte nostra) fa tutt'uno col nostro venire al mondo, e che non sopportiamo di riconoscere come nostra. La inabissiamo nell'imperscrutabile, perciò: anziché come la nostra essenza ineludibile (l'uomo è l'animale normativo), come la nostra colpa inespiabile.
La norma, che creiamo ma vogliamo tenere a distanza come ricevuta, è in realtà il segreto della differenza ontologica (altrimenti "ammettiamolo tranquillamente: è oscura", M. Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica, Il melangolo, Genova 1992, p. 456), la verità dello scarto tra l'ente e l'essere dell'ente che viene in essere solo con l'uomo. Questo scarto altro non è che il dover essere. Non dunqueil fuorviante "essere dell'ente". che duplica l'ente o lo rende inafferrabile nel numinoso dell'attesa, ma il "dover-essere dell'ente" con cui l'uomo introduce azzardo di senso (progetto) nell'essere altrimenti muto di senso del cosmo. All'origine di questo "accadimento fondamentale" (ivi, p. 462), però - e che tale davvero è - nessun enigma heideggeriano: errori successivi nella duplicazione del Dna di una scimmia, forse ripetuti più volte senza esiti "fatali", hanno infine dato vita alla sopravvivenza di un cervello anomalo, in grado di esser-ci e di domandar-si, gettato nella necessità di scegliere la norma anziché seguire l'istinto, di "progettare in quanto disvelare il rendere-possibile" (ivi, p. 466). Di "costruire mondo" anziché "essere nel cosmo". Ma di tutto ciò nulla mai si sarebbe detto, se una variazione trionfante di Dna non avesse fatto nascere la norma e la domanda.
Paolo Flores d'Arcais, Ateismo e verità, in Joseph Ratzinger e P. Flores d'Arcais, Dio esiste? , il fondaco di MicroMega, supplemento al n. 2/2005, pagg. 92-95
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Ieri ho avuto modo di appurare, se ancora ce ne fosse il bisogno, che il mio disprezzo per le religioni ha le sue buone fondamenta. Mio zio mi passa da leggere dei foglietti, giorni di un calendario. Per ogni giorno, un versetto della Bibbia e relativo commento, piccoli scritti edificanti. Mi passa cinque giorni, 1-5 agosto. Io accetto, per indole tollerante e perché non avevo nient'altro di meglio da fare. Su uno di questi, il motivo di questo post: non ricordo bene il versetto, ma il commento faceva uno sconcertante elogio della sofferenza. Soffri, soffri e soffri, se ce la farai a sopportare tutte queste sofferenze, sarai buono per il Regno di Dio. Questo in sostanza il messaggio.
Ho pensato alla funzione di controllo sociale e personale esercitata dalle religioni, il tentativo di trasmettere la rassegnazione, di trasmettere una visione per cui ogni problema, ogni sofferenza non vada necessariamente combattuta ma sopportata, in quanto inviata da Dio per provare la tua santità.
Tutto ciò mi mette il voltastomaco. E siccome voglio che anche voi capiate bene quel che io ho provato, vi lascio con questo brano (sullo stesso argomento, altra argomentazione ma simile) di John J. O'Connor, apologia della sofferenza.
Un numero sempre più preoccupante di persone viene condannato a morte in tribunale, su personale iniziativa, oppure su richiesta dei familiari o dei cosiddetti "fiduciari". La motivazione di tale richiesta è la seguente: sono sottoposti ad "inutili" sofferenze; "la loro vita è vana"; sono malati in stato terminale o comatoso, infine "non hanno una ragione per la quale vivere". Che enorme differenza farebbe per questi ammalati, o per coloro che agiscono in loro vece, capire il potere della sofferenza ... coloro che soffrono andando verso la morte meritano la nostra gratitudine per la testimonianza di vita che ci offrono e perché ci aiutano a salvare l'anima [O'Connor 1989].
tratto da: David Lamb, L'etica alle frontiere della vita, il Mulino, 1998, pag.46
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